Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”







Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “





Pino Ciampolillo

venerdì 7 agosto 2015

Diritto alla Informazione: Treni di Sicilia: l’alta velocità sulla Palermo-Ag...

Treni di Sicilia: l’alta velocità sulla Palermo-Agrigento eliminando le fermate in tanti Comuni… 



Giulio Ambrosetti [7 Aug 2015 |



Trenitalia spa vorrebbe velocizzare la tratta Palermo-Agrigento. Eliminando le fermate in alcuni Comuni. Da qui le proteste dei grillini. L’occasione per parlare della viabilità di una provincia - l’Agrigentino - che definire delirante è poco. La strada a scorrimento veloce: dagli anni della ‘conta’ del Giornale di Sicilia ai giorni nostri…Problemi anche per alcuni Comuni nisseni
La Sicilia, con le Ferrovie, non è fortunata. Per ‘convincere’ i vertici di questa società a collegare Palermo con Catania con un treno degno di questo nome c’è voluta la frana che ha bloccato l’autostrada che collega il capoluogo della Sicilia con la Città Etnea. Nei giorni scorsi abbiamo raccontato del possibile smantellamento della stazione ferroviaria di Comiso (nella cittadina dove è stato aperto al traffico l’aeroporto: alla faccia dell’intermodalità!, come vi abbiamo raccontato qui). Ma quello che, stando ad una denuncia del Movimento 5 Stelle, Trenitalia spa vorrebbe fare in provincia di Agrigento batte tutti per ‘fantasia’: aumentare la velocità dei treni eliminando le fermate! In pratica, isolando un gruppo di Comuni dell'Agrigentino e del Nisseno già martoriati da una viabilità da decimo mondo!
Noi siamo venuti a conoscenza di questa storia leggendo un documento che ci è stato inviato da un nostro lettore:
“Il MoVimento 5 Stelle Vallone-Sicani, comprendente attualmente i meet-up dei Comuni di Cammarata e San Giovanni Gemini, Campofranco, Casteltermini, Milena, Mussomeli, San Biagio Platani e Sutera, ha protocollato ieri nei Comuni di appartenenza - con l'aggiunta di Acquaviva Platani e Castronovo - un’istanza per attivare ed informare le Amministrazioni e i Consigli Comunali circa il progetto, in fase di definizione, della società Trenitalia spa che prevede la soppressione, lungo la tratta Agrigento-Palermo, delle fermate presso le stazioni di Campofranco, Acquaviva-Casteltermini e Cammarata-San Giovanni Gemini, in determinati orari. Se il progetto diventasse operativo tutti i Comuni del Vallone e dei Monti Sicani che si affacciano sulla Valle del Platani verrebbero tagliati fuori dall’alta velocità, aumentando le difficoltà di collegamento per dei Comuni già martoriati da una viabilità da terzo mondo”.
I grillini parlano di viabilità da terzo mondo. Sono ottimisti. Noi che conosciamo la viabilità stradale che
Pa-Ag
collega Palermo ad Agrigento - e anche le strade provinciali agrigentine e nissene - siamo un po’ meno ottimisti e, come già accennato, preferiamo parlare di viabilità stradale da decimo mondo.
Palermo e Agrigento sono collegate da una strada che, quando venne pensata - si era negli anni ’50 del secolo passato - avrebbe dovuto essere un’autostrada. Il progetto faceva riferimento a un piano che prevedeva il periplo autostradale della Sicilia, l’autostrada Palermo-Catania e due o tre attraversamenti ‘a pettine’: ovvero alcune autostrade che avrebbero attraversato l’Isola da Nord a Sud. Allora ne misero in cantiere due: la Mistretta-Gela (detta Nord-Sud) e la già citata Palermo-Agrigento.
Da allora sono passati oltre sessant’anni. Il periplo autostradale non è ancora completato: è in fase di realizzazione l’autostrada Siracusa-Gela, mentre per la chiusura del periplo - l’autostrada Gela-Mazara del Vallo - se tutto andrà bene, se ne parlerà tra il 2060 e il 2080…
Insomma, in Giappone hanno impiegato una decina di giorni per rifare un viadotto crollato; in Sicilia, a quattro mesi dalla frana che ha travolto il viadotto Imera lungo l’autostrada Palermo-Catania non sono ancora iniziati i lavori (forse inizieranno in questi giorni). Quanto alla riapertura, beh, un annetto ci vorrà, o forse due, o forse tre…
L’alta velocità ferroviaria agrigentina, con la soppressione delle fermate e l’abbandono di alcuni Comuni ci dà, insomma l’opportunità di riflettere sui collegamenti tra Palermo e Agrigento, passando per alcuni centri del Nisseno. Confessiamo che siamo rimasti stupiti nel leggere la nota dei grillini. Il treno Palermo-Agrigento non è un bolide. Ma impiega meno tempo delle automobili.
Abbiamo detto che negli anni ’50 la politica dell’epoca pensò a un’autostrada Palermo-Agrigento. Poi, a quanto pare, se ne pentirono. Arrivare con troppa velocità nella Città dei Templi non avrebbe dato agli automobilisti la possibilità di riflettere sull’importanza dell’area archeologica agrigentina… Insomma meglio arrivare ad Agrigento con calma e tornare a Palermo con altrettanta calma. Così, da autostrada, si passò a un progetto di strada a scorrimento veloce. Ma anche su questo punto le opinioni divergevano. Il pomo della discordia era sempre il concetto di velocità: “Che fretta c’è?”, si chiedevano i ‘filosofi’ della politica agrigentina, tutti seguaci di Zenone e della sua tartaruga.
Così si trovò una soluzione, come dire?, intermedia: sarebbe rimasta la dizione di strada a scorrimento veloce ma, di fatto, sarebbe stata una strada a scorrimento-lento. In pratica, una trazzera asfaltata, a due corsie strette per non sciupare spazio, con due tipologie di svincoli: quelli realizzati direttamente dai contadini che collegavano i propri poderi alla “strada” (ne trovate di notevoli tra Villabate e Bolognetta, ma anche oltre, verso Agrigento); e quelli realizzati da progettisti. I secondi - vi sembrerà strano - non sono meno pericolosi dei primi. Questo perché, in parte, sono stati realizzati subito dopo le curve. Della serie: se lo conosci e lo devi imboccare, lo imbocchi; se non lo conosci, nel 90 per cento dei casi tiri dritto. Per esempio, se un americano originario di Lercara Friddi decide di tornare nel suo paese d’origine e affitta un’automobile a Palermo, ebbene, non riuscirà mai ad imboccare questo svincolo, perché gli arriverà a ‘botta di sangue’, dopo una curva a destra, sempre sulla destra…
Nella seconda metà degli anni ’80, quando ancora le strade e le autostrade siciliane non erano state abbandonate, la Palermo-Agrigento veniva chiamata la “strada della morte”. Il numero degli incidenti era addirittura maggiore di quelli registrati nell’autostrada Palermo-Messina, che in quegli anni si fermava a Cefalù e riprendeva dalle parti di Sant’Agata di Militello e forse più avanti ancora. Il numero dei morti e dei feriti era così alto che, a un certo punto, il Giornale di Sicilia iniziò una battaglia per promuovere la realizzazione della nuova strada Palermo-Agrigento. Battaglia sacrosanta, anche perché allora i soldi, con la legge nazionale n. 64 per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, non mancavano.
Pa-Ag bis
Ricordiamo che il direttore e il vice direttore di questo giornale - Giovanni Pepi e Giuseppe Sottile - inaugurarono una rubrica quasi settimanale per spingere la politica dell’epoca a finanziare la nuova strada (possibilmente un’autostrada) per collegare Palermo con la Città dei Templi. Ogni settimana pubblicavano un articolo di spalla nel quale contavano i giorni: “Sono passati cinquanta giorni da quando abbiamo iniziato a scrivere di questa vicenda e non è successo nulla. Non molleremo, terremo il fiato sul collo alla politica” e via continuando. L’articolo si concludeva sempre con un monito: “Noi continueremo a contare”.
Chi scrive allora lavorava nel giornale del pomeriggio, il L’Ora di Palermo. La mattina alle sei e venti o giù di lì, quando, giunto in redazione, aprivo ilGiornale di Sicilia e leggevo l’ennesima puntata di questa ‘conta’ (credo siano arrivati a circa 500 giorni) provavo una stretta a cuore. Da agrigentino - e quindi fatalista - sapevo come sarebbe finita questa storia. Ricordo che certe notti mi svegliavo di soprassalto e immaginavo di vedere i colleghi Pepi e Sottile che contavano i giorni un po’ come si contano le stelle…
Poi, a un certo punto, al Giornale di Sicilia smisero di contare. Anche loro vinti da un ‘sano’ fatalismo siciliano. E oggi? Rispetto agli anni della conta la situazione è peggiorata. Gli incidenti sono diminuiti perché la strada è così penosa che gli automobilisti sono quasi costretti a salvare la propria vita. Anche perché i Comuni hanno pensato bene di costellare questa strada di autovelox da 40-50 chilometri orari. Chi non sa dove sono e si molla un po’ con l’acceleratore, zac!, viene ‘inchiummato’ con una bella multa che dà ‘respiro’ ai magri bilanci dei Comuni. A Palermo si lamentano per gli autovelox della Circonvallazione. Certo, sono stati messi per fare ‘cassa’. Ma è così in tutta la Sicilia: in tutti i bilanci dei Comuni siciliani le entrate per autovelox sono parte integrante delle manovre finanziarie…
Insomma, la strada a scorrimento veloce-lento Palermo-Agrigento c’è ancora. E c’è il treno che, come già accennato, impiega meno tempo delle automobili. Parliamo del treno che Trenitalia spa vorrebbe velocizzare, lasciando senza fermate alcuni paesi dell’Agrigentino. Da qui le giuste considerazioni dei grillini agrigentini che, nel documento che hanno inviato ai Comuni di questa provincia che verrebbero penalizzati, paventa il pericolo che alcuni di questi paesi diventino “zone fantasma”. Non è un’esagerazione: se alla Palermo-Agrigento sommiamo l’abbandono delle strade provinciali, recarsi in questi luoghi diventa veramente difficile. Le strade, di fatto, sono penose. Se gli dovessero togliere anche i treni…
Ci sarebbe da raccontare anche la storia dell'aeroporto mancato di Agrigento. Ma di questo parleremo un'altra volta. 
Aggiornamento
Un lettore ci ha fatto notare che i problemi legati all'eventuale, bizzarra 'velocizzazione' del treno che va da Palermo ad Agrigento (e viceversa), oltre che interessare alcuni Comuni dell'Agrigentino, potrebbero tocare anche alcuni Comuni della provincia di Caltanissetta. Quindi a seguire questa vicenda sono anche i rappresentanti del Movimento 5 Stelle di Caltanissetta. 

L’Italia, il Paese dove i commissari sostituiscono la democrazia 



C. Alessandro Mauceri [5 Aug 2015 |





Nel 2005 tra Comuni, Province, enti e società statali, regionali, provinciali e comunali si contavano oltre 10 mila commissari. Dieci anni dopo sono aumentati. C’è un problema di democrazia calpestata. Ma anche di affari: i commissari amministrano non applicando, spesso, le leggi e utilizzando gli affidamenti diretti al posto delle evidenze pubbliche 
Ennesimo rogo a Fiumicino e, immediatamente, si è tornato a parlare si commissariamento per l’aeroporto e per il Comune di Fiumicino. Nei giorni scorsi si è pronunciata la stessa parola a proposito della Capitale: il sindaco di Roma, Ignazio Marino, è riuscito ad evitare le dimissioni, ma a patto che acconsentisse al commissariamento dei dirigenti…
Tornano in mente le parole pronunciate dallo storico Luciano Canfora: “L’Italia di oggi è un Paese a sovranità controllata”. La verità è che tra sistemi elettorali incostituzionali come il Porcellum (nel frattempo, sono stati nominati ben quattro presidenti del consiglio dei ministri, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi e due Presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella), presidenti di Regioni eletti sebbene non eleggibili (come nel caso di De Luca, in Campania) e molti altri ormai a gestire il Belpaese sembra siano rimasti solo i “commissari”.
“Mettere una pezza” è un sistema introdotto con la legge 400 del 1988: la norma stabilisce che il governo può farne uso per fronteggiare "temporanee esigenze" o per "realizzare specifici obiettivi".
Il problema è che dopo diversi decenni questo principio è stato completamente stravolto e i commissari sono ormai ovunque. Al punto che oggi non si sa più neanche quanti sono. Nel 2005 Il Sole 24 Ore tentò di calcolarne il numero chiedendo lumi alla direzione generale del personale dello Stato: "Secondo le nostre stime", fu la risposta, "siamo nell’ordine dei 10 mila, al 70 per cento nelle Regioni meridionali". 10 mila “tecnici” che costano agli italiani quasi un miliardo di euro ogni anno.
Ad oggi sono almeno un’ottantina i Comuni commissariati, per “dimissioni della maggioranza dei consiglieri“, ma anche per altri motivi: se si guarda indietro nel tempo si scopre che ad essere stati commissariati per mafia sono stati più di duecentocinquanta Comuni. Anche le Province sono, di fatto, commissariate: l'abolizione delle Province prevista dal governo, in attesa che nascano le città metropolitane, prevede il commissariamento delle 52 Province.
Dai Comuni alle grandi opere. Dalle banche alle aziende. Oggi l’Italia è un paese internamente “commissariato”. Il numero di enti “commissariati” o gestiti in modo assolutamente antidemocratico è infinito.
Solo nell’ultimo anno, il governo ha provveduto ad assumere il controllo, piazzando i propri uomini/commissari, in enti come l’Anas, la Rai, Finmeccanica, Ferrovie dello Stato, il sistema aeroportuale, l’Expo 2015, al Mose di Venezia, all’autorità anticorruzione. Ci sono commissari per il sovraffollamento nelle carceri, per l’emergenza rifiuti, per gestire l’afflusso extracomunitari, l’emergenza nomadi, le calamità naturali, per la ferrovia Pontremolese, anche per organizzare la visita di Benedetto XVI a Milano in occasione della festa della famiglia, per la spending review e per le persone scomparse. E, ancora, per la Tav Torino-Lione, la Statale Jonica 106 in Calabria, il terzo valico ferroviario Milano-Genova, la Galleria del Brennero, la Siae, l’Agenzia Spaziale Italiana. Ad essere commissariata è stata perfino la Croce Rossa Italiana (prima negli anni ottanta e novanta, poi dal 2002 al 2005 e, infine, dal 2008 al 2013).
Questo modo di gestire al cosa pubblica fa comodo a molti. Ormai quasi tutto il Paese è gestito da persone presentate come “superdirigenti” che, grazie a deroghe e proroghe, bypassano ogni forma di democrazia e di politica e istituzionalizzano le emergenze. I commissari straordinari sono una sorta di amministrazione parallela che fa molto comodo a chi vuole gestire la cosa comune dato che possono ricorrere a procedure accelerate e corsie preferenziali. E questo senza che né il Tar, nè il Consiglio di Stato possano fare molto per intervenire. Come confermano dal Mise, il mandato conferito a questi superamministratori è fiduciario. Significa che l’unico rischio di revoca, non essendoci neppure una data di scadenza dell’incarico, è quello di un ricambio alla guida del dicastero.
E se la fiducia rimane il commissario rimane al suo posto per anni, a volte per decenni. Anche quando queste emergenze sono finite o si protraggono in modo inverosimile. Emergenze che non sembrano non finire mai molti di questi incarichi previsti temporanei e di breve durata si protraggono poi per anni e anni. Come nel caso di un ente a partecipazione pubblica che avrebbe dovuto essere liquidato nel 2004: ebbene, a distanza di undici anni l’ente non è ancora stato liquidato e il commissario continua a percepire lauti stipendi ogni anno.
Per non parlare del fatto che, a volte, aver conferito l’incarico ad una persona è una scelta dubbia. Come nel caso dell’amministratore delegato delle Ferrovie che è anche imputato per la strage di Viareggio. O come il commissario per i lavori del passante di Mestre, in carica dal 2003 al 2012, ma dal 2009 commissario delegato anche per la realizzazione della Pedemontana Veneta; e questo nonostante il Movimento 5 Stelle ne abbia chiesto le dimissioni dopo l’arresto dell’assessore regionale Chisso nell’ambito dell’inchiesta sul Mose: per i parlamentari grillini “Vernizzi è uno stretto collaboratore di Chisso”.
Il fatto è che, oltre al Parlamento, “occupato” da soggetti eletti con un sistema elettorale incostituzionale, ad essere gestita in questo modo è, ormai, buona parte dell’Italia. E ogni scusa è buona per commissariare un ente. Poco importa che sui tratti di un incendio nell’aeroporto di Fiumicino, dei lavori per l’Expo di Milano o del MOSE di Venezia. Piazzare un uomo di fiducia servirà a fingere di risolvere il problema. E a permettere di gestirlo al di fuori di ogni controllo.
 Come ha detto l’amministrativista Sabino Cassese: "I commissari straordinari sono il sintomo del problema, della malattia. Si ricorre a loro, sempre di più, perché l’amministrazione ordinaria non funziona". 


Tutino, il cerchio magico e la rabbia E fa i nomi di chi l'ha abbandonato





Lunedì 03 Agosto 2015 - 06:00

PALERMO - Ad un certo punto Matteo Tutino si è sentito abbandonato. Lo diceva senza neppure immaginare che i suoi sfoghi e la sua collera sarebbero stati captati dalle microspie. E mentre parlava a ruota libera consegnava ai nastri magnetici i nomi di chi gli avrebbe voltato le spalle, ai quali non risparmiava attacchi veementi.

Si trattava di amici che non si erano rivelati tali nel momento del bisogno, quando aveva capito di essere nei guai, oppure qualcuno avrebbe concorso nei reati che vengono contestati al medico finito agli arresti domiciliari per truffa, peculato, abuso d'ufficio e falso? Ci sono altre pedine nel cerchio magico? Sarà questo uno dei prossimi capitoli investigativi. Secondo alcuni, addirittura, sarà il vero snodo dell'inchiesta che ha travolto la sanità palermitana e messo a nudo gli intrecci con la politica.

Al rientro della pausa estiva i pubblici ministeri torneranno a fare il punto sulla mole di documenti e intercettazioni che hanno acquisito nei due anni di indagini sulla gestione del reparto di Chirurgia plastica diretto da Tutino e dell'intera azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello. Non si tratta solo (?) delle migliaia di pagine di conversazioni già depositate agli atti del Tribunale del Riesame che ha confermato gli arresti domiciliari per Tutino. Una valanga di telefonate e tracce ambientali sono ancora top secret. È il grande contenitore dove il procuratore Franco Lo Voi ha dato ordine di cercare, senza trovarla, l'intercettazione “fantasma” Tutino-Crocetta pubblicata su L'Espresso. Molti audio non contengono profili penalmente rilevanti, ma altrettanti sono stati tenuti da parte con l'obiettivo di approfondirli perché hanno aperto filoni investigativi nuovi.

In sostanza, non tutto il materiale investigativo è confluito nell'ordinanza di custodia cautelare che ha raggiunto Tutino perché, secondo i pm, non serviva a fortificare l'impianto accusatorio e neppure a descrivere il contesto in cui si muovevano gli indagati. E in questo materiale ci sono le tracce audio che contengono gli attacchi veementi di Tutino. Ci sono passaggi che senza l'aiuto di qualcuno difficilmente saranno decriptati. E quel qualcuno, sussurra un investigatore, non può essere l'ultimo arrivato nella macchina della sanità e della politica siciliane. Di chi si tratta? Forse, usando le parole pronunciate da Sampieri a Tutino, delle “persone che quando Rosario non ci sarà più a fare il presidente loro saranno in quel palazzo ancora... mi inorridisce Matteo mi inorridisce sta cosa...”.
Sara Barresi, la figlia del Gran Maestro in Giunta con Crocetta






Sara Barresi, la figlia del Gran Maestro in Giunta con Crocetta. E’ il titolo di un nuovo articolo del Fatto Quotidiano sui trascorsi dei politici siciliani
Dopo l’articolo sulla frequentazione del Circolo Scontrino di Trapani (loggia a metà tra massoneria deviata e consorteria mafiosa) da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (con puntuale smentita del Quirinale) oggi Sandra Rizza si dedica a Sara Barresi, l’assessore all’agricoltura di Rosario Crocetta. 
Il padre di Sara Barresi era un gran maestro e guidava la loggia Camea,  dietro il finto rapimento di Michele Sindona da parte di Cosa nostra, nel 1979. Michele Barresi, padre di Sara, nel 1981 fu arrestato a Palermo per favoreggiamento nel falso sequestro di Michele Sindona, il banchiere criminale originario di Patti, in provincia di Messina. “Il professore Barresi  – racconta l’avvocato penalista Nino Mormino – ha superato tutti i suoi guai giudiziari e oggi ha 84 anni”. Alcune cose che il Fatto non cita: come emerse dagli atti del processo per l’omicidio Ambrosoli Barresi aveva anche in mente  con Sindona  un progetto di giornale “per magnificare le possibilità della Sicilia, per svegliare la sicilianità“. Nella loggia Camea, quella presieduta da Barresi, sono presenti mafiosi  come Giacomo Vitale e Francesco Foderà. Alla loggia aveva aderito anche Stefano Bontade, il boss siciliano ucciso poi nell’81. Se ne è occupato anche il giornalista Piero Messina,  quello dello scoop più misterioso dell’anno su Crocetta, nel suo libro “Onorate società”.
Il Fatto Quotidiano si dedica anche ad un altro politico siciliano oggi caduto in disgrazia, Francantonio Genovese, re delle preferenze del Pd a Messina. “Mister 20.000 voti”, come viene chiamato è ormai un ex deputato dei democratici che commenta il salvataggio che i suoi ex colleghi parlamentari hanno fatto per Azzollini, respingendone l’arresto, mentre su di lui non hanno fatto sconti. Genovese sostiene di essere stato sacrificato per le Europee e definisce Renzi un “bullo populista”. Attualmente ai domiciliari, Genovese è coinvolto nello scandalo  della formazione professionale in Sicilia. Per Genovese Renzi è un “personaggio piccolo piccolo. Ma gli opportunisti – avverte – non durano a lungo“.

Mauro Rostagno, processo sotto silenzio 



di Valeria Gandus | 1 marzo 2012



Udienza importante, ieri, al processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista-sociologo dalle molte vite che, dagli schermi di un tv privata trapanese, spiegava la mafia a chi ne era governato, cioè i cittadini di Trapani e dintorni.

È da un anno che il processo va avanti, imputati Vincenzo Virga e Vito Mazara, nel disinteresse della grande stampa. Eppure ogni udienza riserva qualche sorpresa. Ieri la sorpresa si chiamava Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, pentito di mafia. Quattro ore di deposizione, un viaggio a ritroso nel tempo, alla Trapani degli anni Ottanta, completamente in mano alla mafia, agli appalti truccati, ai politici in ginocchio. E al delitto Rostagno, del quale Siino aveva già parlato 17 anni fa, nei primissimi tempi del suo “pentimento”: “Collaboravo da un mese” precisa oggi Siino. E da quel verbale di tanti anni fa (ma solo cinque dopo la morte di Rostagno) si dipana il racconto che il pentito fa in aula.
Un racconto che conferma quanto già detto da un altro pentito, Vincenzo Sinacori, e cioè che dietro l’omicidio di Rostagno c’era Francesco “Ciccio”Messina Denaro, sottocapo della famiglia di Mazara del Vallo.
Siino rievoca i suoi incontri con don “Ciccio”, delle sue minacce contro il giornalista, della netta sensazione che “Rostagno da un giorno all’altro avrebbe fatto una brutta fine”. E poi degli avvertimenti che aveva dato a Puccio Bulgarella, editore di Rtc, la televisione che mandava in onda i servizi e gli editoriali di Rostagno, ma che, essendo anche e soprattutto un imprenditore edile, era inevitabilmente in rapporti di affari con emissari della mafia. “Gli dissi che la minaccia era seria, che veniva da una persona importante”. Minacce che arrivarono a Rostagno, ma che non lo misero a tacere, non frenarono la sua sete di verità e giustizia. Perché Rostagno era “un cane sciolto” come diceva Bulgarella, la cui tv grazie a lui ebbe un’impennata negli ascolti. Ma soprattutto un incubo per i mafiosi: “Si tu lo senti parlare t’arrizzano li carni”…è un cornuto” diceva di lui Messina Denaro.
depistaggi sul suo assassinio partirono da subito, addirittura dall’ambiente mafioso: “Battista Agate mi fece notare che (per ucciderlo, ndr) era stata usata una scupittazza vecchia, un vecchio fucile, che era esploso” racconta Siino. “Me lo disse per calmarmi, per farmi convinto che non era stata la mafia…tentavano tutti di calmarmi perchè ero agitato per quel delitto, non perchè Rostagno mi faceva simpatia … A me sembrava strano che per un delitto di tale rilevanza veniva usato un fucile vecchio … E però in quella occasione, mentre Agate tendeva ad escludere colpe della mafia, Ciccio Messina fece un segno quasi a smentire Agate”.
“Una questione di corna”, così venne liquidato il delitto dai carabinieri che sostituirono quasi subito la polizia nelle indagini e abbandonarono contestualmente la pista mafiosa. “Un delitto fra amici” fu l’ipotesi portata avanti anni dopo, con tanto di arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri, liberata poi con tante scuse. Non mancò nemmeno la pista politica: un delitto ordito per far tacere Mauro, che sarebbe stato ascoltato dai giudici sul delitto Calabresi. Quest’ultima tesi era stata caldeggiata subito dopo la morte di Rostagno da Aldo Ricci, nuovo direttore di Rtc (e sostenuta ancora oggi). A un incontro in un ristorante di Palermo “quel giornalista fece cenno che il delitto Rostagno poteva essere maturato dentro Saman, Bulgarella si infastidì” racconta Siino. Una tesi smentita dallo stesso Rostagno con i suoi interventi televisivi a favore di Sofri e compagni. E inverosimile per Siino: “Avevo sentito parlare Francesco Messina Denaro in modo violento contro Rostagno”. E tanto bastava a lui, che il linguaggio mafioso ben conosceva, per capire da dove fosse venuto l’ordine di ucciderlo.
Nella deposizione del pentito c’è anche un riferimento alla massoneria e a Lucio Gelli: “A Trapani qualche volta ho avuto frequentazioni con ambienti della massoneria, io stesso ero massone”. Ma a Trapani, precisa, “non c’erano mafiosi e massoni assieme, altrove si. a Roma, Milano, Palermo”. E Licio Gelli, ha avuto rapporti con mafiosi trapanesi? “Nel finto sequestro Sindone, Gelli venne a Palermo e per un giorno sparì, e il prof. Barresi (Michele Barresi, ginecologo palermitano, piduista) mi disse che erano andato a Trapani per cercare appoggi tra i fratelli di Trapani”.
“Meno male che erano due paginette di verbale” commenterà alla fine dell’udienza Siino a voce abbastanza alta da farsi udire in tutta l’aula, riferendosi al suo verbale di 17 anni fa. Di cose da dire, evidentemente, ce n’erano ancora tante, e tante altre probabilmente ci sarebbero.

GLI UOMINI DELLA
LOGGIA
PALERMO - "La pietra entra grezza ed esce levigata". La scritta
in vernice bianca
risalta sulla parete nero pece di un ripostiglio di un metro
per due. E' la camera di iniziazione dove magistrati e mafiosi, avvocati e
giornalisti, ufficiali dell' esercito e ricchi professionisti sono diventati
"fratelli". Siam al secondo piano di un malandato palazzo liberty di
via Roma, numero civico 391, quasi di fronte alla scalinata delle Poste
centrali. Una portineria deserta, sei rampe di scale buie, una pensione, uno
studio dentistico, due vecchi appartamenti disabitati, una porta di legno marrone.
Sulla porta, una targhetta bianca: "Centro sociologico italiano". E'
la sede di una mezza dozzina di logge palermitane che fanno capo alla
"Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato. Supremo
Consiglio d' Italia. Sezione Sicilia". E' qui che sono stati
"iniziati", nello stesso stanzino nero, sei magistrati e i terribili
Greco di Croceverde Giardini, famosi avvocati, il commercialista Nino
Buttafuoco, il presidente del consiglio di amministrazione del Giornale di
Sicilia, Federico Ardizzone, la "mente" di tutti i grandi affari
siciliani Vito Guarrasi, assicuratori appartenenti ad altre logge segrete, l'
esattore Nino Salvo, suo fratello Alberto, qualche generale e molti colonnelli.
"Quelli là vengono solitamente di pomeriggio o di sera", racconta il
portiere del palazzo, "qualche volta ho visto anche entrare un magistrato
conosciuto... come si chiama? Non me lo ricordo... proprio non me lo
ricordo". Il portiere non ricorda nulla. Dice di avere visto sfilare nell'
androne famosi professionisti palermitani, che poi sparivano dietro la
porticina di legno marrone. Chi sono? Che cos' è il Centro sociologico
italiano? Perchè grandi boss come Salvatore Greco o suo cugino Toto Greco detto
"l' ingegnere" sono nella stessa loggia con giudici e avvocati? I
nomi dei magistrati iscritti ad una delle sei logge sono ancora top-secret. Il
solo elenco completo dei quasi duemila "fratelli" è custodito in una
cassaforte di Palazzo di Giustizia. Un elenco su cui indaga, dopo averlo
ricevuto dai magistrati della Procura della Repubblica, il giudice istruttore
Giovanni Falcone. L' inchiesta accerterà perchè giudici e boss convivevano
tranquillamente tra il "pensatoio" e la camera di iniziazione del
vecchio palazzo? Dall' Ufficio istruzione non arrivano notizie sugli sviluppi
dell' indagine. Non parla il consigliere istruttore Antonino Caponetto, non
parla il giudice Falcone. Dagli ambienti giudiziari filtra però il nome di
qualche iscritto. Come ad esempio quelli dell' esattore recentemente scomparso
Nino Salvo e di suo fratello Alberto, l' "agricoltore", arrestato un
anno fa per una maxi-sofisticazione vinicola e poi rimesso in libertà
provvisoria. E ancora: gli avvocati Salvatore Cosma Acampora, Alessandro
Bonsignore, Girolamo Bellavista. Ma i poliziotti e i magistrati che hanno
sequestrato la lista degli iscritti alla Loggia sono interessati ad altri
personaggi: il commercialista Antonino Buttafuoco e l' influentissimo Vito
Guarrasi, l' assicuratore Giuseppe Attinelli e il ginecologo Michele Barresi.
Perchè? I primi due sono dei professionisti coinvolti in qualche modo nel caso
De Mauro, il giornalista del quotidiano del pomeriggio "l' Ora". Gli
altri due sono stati invece "registrati" negli archivi di polizia
durante le indagini sul falso sequestro di Michele Sindona. Il bancarottiere,
scomparso da New York il 2 agosto del 1979, era nascosto in Sicilia, aiutato
dai boss dei clan Spatola, Inzerillo e Gambino, ma anche dai componenti di una
loggia segreta palermitana: la Camea. Fra i responsabili della loggia, oltre al
medico Josef Miceli Crimi, c' era anche il ginecologo Michele Barresi (che fu
arrestato per favoreggiamento nel falso sequestro) e l' assicuratore Giuseppe
Attinelli. Gli esperti della Criminalpol indagano comunque anche sulla
composizione della mezza dozzina di logge riunite nel vecchio palazzo di via
Roma. Tra le carte sequestrate c' è anche un calendario con tutti i turni di
riunione delle diverse strutture. "Ogni tanto", racconta il portiere
dello stabile, l' unico disposto a scambiare qualche battuta con il cronista,
"veniva, da Roma, per organizzare un incontro, un pezzo grosso della
Massoneria...". I magistrati indagano pure su un altro fronte: decine di
"fratelli" presenti negli elenchi provengono dalla provincia di
Agrigento. E' il caso del trafficante di eroina Giovanni Lo Cascio,
ufficialmente commerciante di tessuti, arrestato per un business gestito con
alcuni componenti del clan dei marsigliesi. O di suo padre, Vito, indicato nei
rapporti di polizia come il capomafia di Lucca Sicula. Quale collegamento tra
gli iscritti della provincia di Agrigento e quelli di Palermo? "La verità
è che nelle nostre indagini ci sono ancora tanti buchi neri", ammette un
investigatore dell' antimafia, "mancano delle vere e proprie prove, solo
tanti indizi sui rapporti tra i clan di Cosa nostra, i centri occulti, le logge
massoniche semiclandestine". Un "buco nero" che risale all'
estate del 1979, quando Michele Sindona si rifugia in Sicilia. Su di lui
indagano infatti un questore e un capo della squadra mobile, Giuseppe
Nicolicchia e Giuseppe Impallomeni, iscritti rispettivamente alla Ompam (una
loggia segreta fondata
da Licio Gelli a Rio de Janeiro) e alla P2. Ma di logge
e di boss, in Sicilia se ne continua a parlare ancora. Anche all' inizio della
sanguinosissima guerra di mafia. Il "gran sacerdote" di una
segretissima loggia di rito scozzese era, ad esempio, il "principe di
Villagrazia", il capomafia Stefano Bontade. Il "principe" era a
capo di una struttura con sede proprio nel cuore della sua borgata. Suo cognato,
Giuseppe Vitale, coinvolto nel falso sequestro di Michele Sindona, è invece un
affiliato alla Camea.
di
ATTILIO BOLZONI



LE LOGGE DELLA
PIOVRA
PALERMO - Di misterioso c' era innanzitutto il nome, Camea, una parola che
allora non diceva nulla al giudice Falcone. Poi si scoprì che era una loggia
segreta. Tra i "fratelli" c' erano uomini importanti di Palermo e
tante facce anonime. Il ginecologo Michele Barresi, il medico della polizia
Joseph Miceli Crimi, la maestra elementare Francesca Paola Longo, l' impiegato
dell' Ente minerario Giacomo Vitale. Le investigazioni un anno dopo portarono
in una palazzina liberty al civico numero 4 di piazza Diodoro Siculo, neanche
mezzo chilometro dal centro della città. Lì dentro, l' estate prima, per almeno
due mesi aveva mangiato e dormito mister Joseph Bonamico, il nome di battaglia
di Michele Sindona. In Sicilia Sindona si nascose dal 10 maggio al 10 ottobre
del 1979: mafiosi e massoni lo trasportarono come un pacco da Palermo a
Caltanissetta, dalle campagne di Torretta fino al mare di Taormina. Tommaso
Buscetta non aveva ancora raccontato i retroscena siciliani del tentato golpe
del principe Borghese; la Camea era la prima traccia, il primo filo che univa
gli uomini d' onore di Cosa Nostra con la massoneria segreta. Nei dieci anni
successivi poliziotti e magistrati incontrarono nelle loro inchieste tante
altre logge e tanti altri misteri, scoprendo comunque che la Camea, l' Iside 2,
la Ciullo d' Alcamo, l' Armando Diaz erano diventate un punto di incontro per
uomini politici, magistrati, trafficanti di stupefacenti, imprenditori,
capimafia, banchieri e molti professionisti, soprattutto notai, avvocati e
ingegneri. Solo nel 1992, dopo le stragi di Capaci e di via D' Amelio, i
pentiti confermeranno "che alla massoneria erano affiliati Totò Riina,
Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate...". I
vecchi e nuovi capi di Cosa nostra nelle logge cercavano amici per fare affari
e "aggiustare" i processi. Ma torniamo all' estate del 1979, al falso
sequestro Sindona, alla Camea, centro di attività massoniche esoteriche
associate e a Michele Sindona "gestito" durante il suo soggiorno
siciliano dalla mafia e da un gruppo di "fratelli" (alcuni dei quali
uomini d' onore o parenti di boss come il cognato di Bontade, l' impiegato
regionale Giacomo Vitale). Il banchiere era stato ferito e poi curato dal
dottore Miceli Crimi, assistito dalla maestra Longo, protetto dagli Inzerillo e
dai Di Maggio che lo trasferirono a fine estate anche in una villa in campagna,
alle porte di Torretta, in località Piano dell' Occhio. Quando sbarcò in
Sicilia Michele Sindona si era fermato qualche giorno anche a Caltanissetta,
nella casa di un insospettabile avvocato, Gaetano Piazza. L' alloggio glielo
aveva trovato il capomafia di San Cataldo Lillo Rinaldi. Le prime indagini sul
falso sequestro di Michele Sindona si concentrarono a Palermo, il questore
Giuseppe Nicolicchia era iscritto alla P2 come pure il capo della squadra
mobile Giuseppe Impallomeni. Naturalmente non scoprirono nulla. Quando il capo
della polizia Coronas promosse e trasferì Nicolicchia a Roma, il questore se ne
andò ringhiando e ricordando soprattutto "che le massime autorità della
Regione l' avevano difeso". Era vero, il presidente della Regione Mario D'
Acquisto si era schierato al suo fianco. Con un documento lo fecero pure alcuni
funzionari di polizia di Palermo. Ma allora nessuno poteva mai immaginare cosa
fosse la polizia a Palermo. E nemmeno chi fossero certi funzionari della
Regione siciliana. Uno si chiamava Salvatore Bellassai, la sua stanza era
proprio di fronte a quella del presidente Piersanti Mattarella, l' incarico del
funzionario in Regione era quello "di coordinare i rapporti con il
Mediterraneo". Bellassai era il capo della P2 di Gelli per la Sicilia e la
Calabria. Ma in quegli anni ancora ben poco si conosceva di quel pianeta
popolato da boss e "fratelli", anche se due commissioni parlamentari
di inchiesta - quella sul caso Sindona e quella sulla P2 - avevano già scoperto
alcuni fili. Proprio in quegli anni si erano affiliati alla massoneria
personaggi diventati "famosi" in seguito. Come Angelo Siino, l'
"ambasciatore" di Totò Riina nel mondo degli appalti pubblici. Come
Vito Cascioferro, colonello medico e erede di una "famiglia"
importante dell' agrigentino. Come Salvatore Greco di Ciaculli, detto "il
"senatore" per l' abilità nel contattare e poi convincere gli uomini
politici. La svolta nelle inchieste su "mafia e massoneria" avvenne
comunque nel 1986, nel mese di gennaio. I poliziotti della "mobile"
stavano seguendo un traffico di stupefacenti, c' era di mezzo tale Giovanni Lo
Cascio, un mafioso di Lucca Sicula. Questo Lo Cascio viveva fra Marsiglia e
Palermo, nella città siciliana frequentava quotidianamente un appartamento di
via Roma 391. La perquisizione che ordinarono i magistrati portò alla scoperta
di una loggia segreta e di un elenco inquietante. All' Armando Diaz erano
iscritti boss di Ciaculli e magistrati, avvocati, professionisti, editori. C'
erano anche i cugini Salvo, Nino e Alberto. Il Gran Maestro era Pietro
Calacione, impiegato dell' ospedale civico che aveva buoni contatti pure alla
Casa Bianca. Tutti insieme, tutti pericolosamente vicini. L' anno 1986 riservò
un' altra sorpresa, solo tre mesi dopo, a fine aprile. Il capo della squadra
mobile di Trapani Saverio Montalbano era stato improvvisamente trasferito con
una scusa, il suo questore diceva che aveva usato l' auto di servizio per
"motivi personali". La cosa era abbastanza strana, anche perchè due
anni prima pure il commissario Ninni Cassarà era stato allontanato da Trapani
dallo stesso questore. I due poliziotti avevano messo il naso nella sede di un
centro studi, il presidente si chiamava Giovanni Grimaudo. Il centro studi era
anche la copertura di sei logge, Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d' Alcamo,
Cafiero e Hiram. La lista dei "fratelli" comprendeva funzionari di
polizia e di prefettura, burocrati di Comune e Provincia, ufficiali dell'
esercito, tutti i potenti di Trapani compreso il deputato della Dc Canino. E
insieme c' era una dozzina di mafiosi, fra i quali Natale Rimi, Natale L' Ala,
Mariano Asaro, quest' ultimo imputato nel processo per l' attentato al giudice
Palermo. Ma dalle carte del circolo emersero anche i nomi di altri capimafia
come Mariano Agate. Risultò che il presidente Grimaudo aveva contatti con Pino
Mandalari, il commercialista vicino a Totò Riina. Poi la moglie di un boss
disse che Giovanni Grimaudo aveva favorito l' elezione di Nicolò Nicolosi e di
Aristide Gunnella. Ultimamente l' onorevole Canino ha fatto il nome anche del
ministro Mannino: "Si è attivato per far avere un finanziamento al
circolo...". Dieci anni di indagini su "mafia e massoneria"
arricchite intanto dalle rivelazioni di Buscetta e di Calderone sul tentato golpe
Borghese. I pentiti parlarono dei contatti, dell' aiuto che doveva offrire Cosa
Nostra per un colpo di stato e della contropartita: la revisione dei processi,
l' "aggiustata" in Appello. L' intreccio diventò sempre meno
misterioso, anno dopo anno, inchiesta dopo inchiesta, fino alle 1687 pagine
della requisitoria sui delitti politici di Palermo. Fra quei fogli c' è il
verbale di un interrogatorio, la testimonianza resa da Nara Lazzerini, una
donna che frequentava Licio Gelli. Ha raccontato che fra gli amici del
Venerabile c' erano anche due siciliani, l' europarlamentare Salvo Lima e l'
onorevole Luigi Gioia.

dal
nostro corrispondente ATTILIO BOLZONI


























MAFIA E MASSONERIA

























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