Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”







Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “





Pino Ciampolillo

domenica 12 settembre 2010

Calàbbria




 di Giusy Gullo
Questa nota è scritta per tutti coloro che hanno voglia e tempo di leggerla. Ma è dedicata ai calabresi. Ai calabresi onesti, ai calabresi disonesti.
Ultimamente si sente parlare di Calabria.
Siete contenti, calabresi? Si parla della nostra terra, che fino a qualche anno fa esisteva solo nelle cartine geografiche, luogo in cui trovava la sua unica, totale e schietta definizione: la punta dello stivale. Punto.
Ora invece no. Si parla di noi nei Tg, si parla di noi sui giornali, sui libri, si parla di noi durante una quantità di conferenze in tutta Italia.
Calabria. Calàbbria in dialetto calabrese, Καλαβρία in greco. Terra scelta dai Greci per le loro colonie, così grandiose da guadagnarsi l’appellativo di Magna Grecia e così importanti da superare, in alcuni casi, la stessa madrepatria. E poi romani, bizantini, normanni. La bellezza, in tutte le sue forme. Ma il passato è passato e nutrirsi di ricordi, vivere su quel che è stato ma non è più, è tanto bello quanto controproducente. Ormai non si parla più da un pezzo di Calabria per narrarne lo splendore dei luoghi, della parte sana della nostra cultura, per narrare il calore delle nostre persone e della nostra terra che brucia, sì, ma per motivi diversi.
In Calabria ormai esiste una sola concezione. Non si vive per vivere. No. Si sopravvive e si finge di vivere. Fingiamo di vivere guardando e vivendo delle scene per le quali spesso ci indigniamo e che altrettanto spesso consideriamo “parte di noi” cercando di autoconvinverci che quella nostra recita, quel nostro prendere parte ad una rappresentazione teatrale (nella quale il ruolo che ricopriamo è quello di burattini, più o meno consapevolmente) sia la via da seguire, quella corretta. E lo pensiamo perché le nostre menti sono ristrette ad un’ottica che ci è stata imposta, delle definizioni che ci sono state date e in quanto tali ci appaiono scontate. Ma non sono scontante. E se soltanto un attimo fossimo in grado di mettere la testa fuori da quel palcoscenico, se riuscissimo a slegare i catenacci invisibili che ci hanno messo addosso, se riuscissimo solo per un momento a dare un’occhiata fuori dalla nostra gabbia, e da fuori guardare noi stessi mentre viviamo meccanicamente le nostre vite prestabilite e svolgiamo trame già scritte da altri per noi, ci troveremmo davanti ad un’immagine blasfema, volgare, offensiva. Un’offesa che ci viene fatta da altri e che ci rende a sua volta offensivi. Qui (fuori) si parla di Calabria quasi fossimo degli extraterrestri. “I Calabresi sono brave persone”, dicono i più magnanimi. Come se qualcuno dovesse e potesse realmente giudicarci “dall’esterno”, come “diversi”. Come se fossimo qualcosa da guardare con occhiali differenti da quelli utilizzati per guardare al resto del mondo.
Conterranei, non vi offende tutto ciò? Sì, offendiamoci. E nell’offenderci guardiamoci. Guardatevi, guardatemi. Io l’ho fatto. Mi sono guardata e vi ho guardato. Mi sono offesa ed ho provato a capire il motivo per cui tutto ciò avviene. E tutto ciò avviene, dal mio punto di vista perché il male, vogliamo o non vogliamo, esiste. Esiste ovunque. E ci sono alcuni posti in cui il male fa male. Soltanto. E poi altri posti, e uno di questi è la Calabria, in cui il male non soltanto fa male, ma ammala. Infetta. E noi, siamo infettati. Sopravvivenza è la parola chiave, sopravviviamo nell’infezione che dilaga. Siamo untori pieni di bubboni.
Ora la questione è: è possibile guarire? Io credo di no. Non ora. Purtroppo, non dipende soltanto da noi. Però potremmo iniziare ad assumerci le nostre responsabilità e provare a smettere di recitare in quel teatro cercando di guardare le cose da un’altra prospettiva. Quella pulita. Quella giusta. Nella quale la cultura assume un ruolo fondamentale. Nella quale non è la sopravvivenza ad interessarci, ma la vita. E la vita è consapevolezza, amore, bellezza. Cosa c’è di tutto ciò, ora, da noi? La bellezza è avvelenata, l’amore troppo spesso taroccato, la consapevolezza è solo la maschera con cui il male si presenta ai nostri occhi. La nostra consapevolezza è una consapevolezza falsata. La verità e i valori da noi sono completamente stravolti. E non è soltanto colpa della maggior parte dei media che ci manipolano dalla testa ai piedi. La loro colpa non è di creare il male, ma di mantenerlo. Un habitus malato, il nostro, che si mantiene nell’ignoranza, nell’acquiescenza, nell’assuefazione. Ciò che è abituale coincide con “normale” quindi tutto ci par essere, appunto, normale. Una normalità anomala che va tagliata alla radice.
Anni fa, avevo 11 anni. Ero andata a mangiare una pizza in un posto vicino casa mia con tre amici, i miei migliori amici d’infanzia. Mangiata la pizza, siamo andati fuori dal locale a giocare. Si sono avvicinati tre ragazzi che conoscevo perché erano vicini di casa. Loro avevano sui 15 anni e io, bambina, li vedevo “grandi”. Hanno iniziato a prendere a schiaffi i miei amici. Dietro il collo. A voler marcare il territorio, a avvertirli che lì comandavano loro. Solite scenate da bulletti insomma. Non mi hanno sfiorato, ma tremavo. Poco dopo è arrivato il proprietario. Conoscevo anche lui perché andavamo spesso lì ed era sempre gentile con noi. Un anziano signore dal viso segnato e le mani rozze. Ha visto la scena, si è avvicinato e ha fatto sedere i tre ragazzi su una panchina lì accanto al locale, mentre io con occhi terrorizzati continuavo ad osservare. Ha dato tre schiaffi a ciascuno di loro, a giro. Dicendogli in dialetto di non permettersi mai più di toccarci, perché noi eravamo a “casa” sua. Uno dei tre, il più in carne, col viso rosso piangeva e lo pregava di smettere. Ha smesso e i ragazzi ci hanno chiesto scusa. “Giocavano”.
Io cos’ho pensato? Ho pensato che quel signore fosse un eroe. Superman, o qualcosa di simile. Quel signore che qualche anno dopo hanno ucciso a duecento metri da casa mia. Quel signore che non so chi fosse, ma certo, e lo so per certo, non era un eroe. I tre ragazzi oggi? Uno in galera, uno morto ammazzato a 23 anni, l’altro, non ne ho più saputo niente.
Ecco. Quegli occhi di me bambina quel giorno, sono gli occhi con cui molta (molta, non tutta) Calabria oggi è costretta, nello stesso modo in cui lo ero io a quel tempo, a guardare al male. Quel male, in quel contesto, è l’unico bene possibile. E’ accoglienza e protezione. E’ tranquillità e ordine.
Ecco, dunque, l’idea generale: che volere di più?





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