Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”







Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “





Pino Ciampolillo

sabato 17 aprile 2010

Le ragioni dei sentimenti

Le ragioni dei sentimenti. Per una civiltà degli affetti

L´anticipazione/ Il testo della filosofa Michela Marzano sull´importanza delle emozioni e la necessità di "non addomesticarle"


"Le norme sociali impongono un controllo continuo su una sfera che invece deve poter esprimersi liberamente"


"Non bisogna mai dimenticare che dietro ogni pensiero c´è qualcosa che ci tocca nell´anima"

"Affetti" è la lettura che terrà stasera a Roma, al festival delle Letterature. Ne anticipiamo una parte.
Tutto ciò che accade ci tocca. Attraverso il filtro della nostra affettività. Attraverso una rete sottile di emozioni e di passioni che rinviano alla nostra intimità, ma che si trasformano a seconda del contesto sociale nel quale viviamo. Affetti ed emozioni parlano in prima persona. Ma si esprimono sempre all´interno di una trama di significati che sfugge al nostro controllo. Quando entriamo in relazione con gli altri, non possiamo mai uscirne completamente indenni. La nostra affettività si scontra con la realtà del mondo. Con la materialità del nostro corpo. Con la resistenza che gli altri oppongono al nostro desiderio. E il mondo non esita ad addomesticare la vita obbligandoci, molto più spesso di quanto non si creda, a reprimere i nostri sentimenti, a renderci conformi alle aspettative degli altri, a sottometterci al giudizio della società.


Che si tratti della gioia o del dolore, l´espressione dei nostri affetti dipende dagli usi e dai costumi della comunità cui apparteniamo. Anche il piacere e il desiderio non sfuggono mai completamente al rimprovero di coloro che ci circondano: le nostre emozioni devono emergere rispettando i codici culturali del gruppo cui apparteniamo. Lo sguardo attento dei nostri genitori, dei nostri figli, dei nostri partner e dei nostri colleghi ci spinge all´uniformità. Come conciliare allora autenticità e conformismo, unicità e identità, passioni e ragioni?


L´affetto è un moto dell´anima. Un movimento spontaneo. È attraverso gli affetti che ci leghiamo a qualcuno o a qualcosa. Che si tratti di un´azione, di un evento o di un semplice gesto, tutto quello che facciamo possiede una coloritura affettiva. La tenerezza, l´attaccamento, la devozione, l´amore, la rabbia, l´invidia, la gelosia… tutto rinvia all´affettività, ai processi di strutturazione psichica che cominciano al momento della nascita e si prolungano poi per tutta la vita. L´affetto si vive, si sente. Più di quanto non si pensi e non si dica. Anche quando ci sforziamo di tradurre in parole quello che proviamo. Anche quando la parola cerca di contenere i nostri affetti per evitare che sfuggano, per investirli della nostra soggettività. Anche quando il discorso si sforza di "trattenere" l´istante per fornirgli la traccia di un´iscrizione. Ma come vivere e sentire i propri affetti quando le norme sociali e familiari sembrano volerli addomesticare?


Le regole le conosciamo tutti. Ognuno di noi sa che, per poter vivere nel mondo, deve imparare a costruire relazioni durabili e deve opporsi alla vacuità degli affetti. Ognuno di noi è consapevole che, per non essere considerato schiavo delle proprie passioni, deve evitare di cedere agli eccessi delle emozioni, imparando che solo la ragione e l´esperienza ci permettono di distinguere il Bene dal Male. Crescere significa fondare una famiglia e accettare le regole del vivere-insieme. Maturare, quando si è una donna, significa assumere ciò che alcuni continuano a chiamare la "necessità biologica" del procreare e del prendersi cura dei figli.

(...) La vita è movimento. È nel movimento che ognuno di noi esprime la potenza del proprio essere e cerca di lasciare una traccia di sé, attraverso i propri gesti e i propri discorsi. Parole e affetti si incrociano costantemente: parole che dicono gli affetti; affetti che fanno le parole. «Dietro ogni pensiero si nasconde un affetto», scriveva Nietzsche. I nostri pensieri sono sempre segni di un gioco più grande di noi, di una lotta di affetti e di emozioni che non possiamo controllare. A differenza di Cartesio, secondo il quale la forza dell´anima consiste nel vincere le emozioni e arrestare i movimenti del corpo che le accompagnano, Nietzsche considera gli affetti come le radici profonde del nostro agire.

Il nostro essere al mondo, per Nietzsche, è sempre caratterizzato da mutevoli tonalità affettive, anche quando non ne capiamo il significato profondo. Lo stato di servitù nel quale si trova l´uomo non è legato alla dipendenza emotiva. Al contrario. La servitù è il prezzo che si paga quando ci si illude di poter controllare i nostri affetti, quando si pensa che la ragione deve essere sovrana, quando si cerca la saggezza estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto. «La ragione è e deve essere schiava della passioni», aveva già detto Hume. La repressione degli affetti ha come conseguenza immediata lo sviluppo delle nevrosi, spiegherà più tardi Freud.


Vivere significa essere nell´azione, aderire all´esistenza, adottare un´attitudine particolare. La vita non ha un significato univoco. Ha il senso che ciascuno di noi è capace di darle. «Ama la vita più del suo senso, e anche il senso ne troverai», scrive Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. Ma come trovare il senso della vita quando le norme sociali l´addomesticano, quando la famiglia e la società non permettono ai nostri affetti di emergere liberamente? È possibile vivere in società senza sradicare definitivamente i nostri affetti?


Ogni essere umano ha un percorso storico complesso. Nessuno di noi è un semplice agente razionale, capace di scegliere e agire solo dopo aver calcolato in modo esatto i costi e i benefici delle proprie azioni. Quando entriamo in relazione con gli altri, lo facciamo sempre a partire dalla nostra interiorità affettiva. Che piaccia o meno, siamo tutti in balia dei nostri affetti e delle nostre emozioni. Anche se l´"astuzia della ragione" consiste nel farci credere che sappiamo sempre, dall´inizio alla fine, ciò che vogliamo, esiste un´opacità strutturale del nostro desiderio che ci impedisce di sapere veramente quello che vogliamo, di volere veramente quello che diciamo di volere.


(...) Nonostante tutto, la questione cruciale che si pone di fronte ognuno di noi è sempre la stessa: come conciliare ragione e sentimenti? Come contenere i nostri affetti senza addomesticare la vita? Come vivere in società senza rinunciare ai nostri desideri? «Ai posteri l´ardua sentenza», scriveva Manzoni. Cerchiamo, però, di non dimenticare mai che tutto ciò che accade ci tocca, ci emoziona, è un moto dell´anima, e che, nonostante tutto, dietro ogni pensiero si nasconde un affetto.

di Michela Marzano - Fonte: La Repubblica [scheda fonte]



Empatia, attaccamento e cura dell'altro

L’empatia (letteralmente “sentire”) è l’esperienza, per dirla con Edith Stein, “alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro” agendo da riconoscimento dell’individualità di un’altra persona (sei importante per me, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento). Nella forma più matura, l’empatia implica un notevole impegno cognitivo, indirizzato a recepire lo schema di riferimento interiore dell’altro, e una componente affettiva che induce a sperimentare reazioni emotive in seguito all’osservazione delle esperienze altrui. Come spiegare il comportamento empatico? Negli ultimi anni questo aspetto di “affiliazione con il prossimo” è divenuto oggetto di indagine scientifica al confine tra evoluzionismo, etologia, genetica, neuroscienze, psicologia e sociologia.

Lo sviluppo dell’abilità empatica appare in relazione all’attaccamento. In accordo alla teoria dell’attaccamento sviluppata dallo psicoanalista britannico John Bowlby, l’attaccamento è una dimensione della mente umana che si organizza a partire dalle prime relazioni tra il neonato e chi si prende cura di lui (caregiver). Una delle funzioni primarie della relazione di attaccamento è la regolazione degli stati del bambino, in particolare degli stati affettivi. I bambini con un attaccamento “sicuro” sanno di poter contare sulla disponibilità del caregiver come “base sicura”, fonte di conforto e cure in situazioni di stress.

Di contro, i bambini con un attaccamento “insicuro” sperimentano una condizione in cui la figura di attaccamento non è sufficientemente responsiva ai loro bisogni. “Senza attaccamento non esiste empatia - afferma Boris Cyrulnik, direttore delle ricerche in etologia all’Università di Tolone - provare interesse al mondo degli altri richiede l’abilità di non essere centrati su se stessi. Abbiamo bisogno di una base sicura per provare il piacere dell’esplorazione. Quando siamo supportati da un attaccamento sicuro possiamo sviluppare l’abilità empatica, qualche volta troppo, come nel masochismo, o non abbastanza, nella condizione che porta al sadismo” (Boris Cyrulnik, Di carne e d’anima, Feltrinelli).

Di contro, la vicinanza affettiva alimenta l’empatia: gli studi etologici indicano che i delfini, gli elefanti, i canidi e la maggior parte dei primati rispondono alla sofferenza degli altri, in particolare al dolore provato da un animale con il quale hanno instaurato un legame di attaccamento. In un esperimento significativo, effettuato alla McGill University, due topi venivano collocati all’interno di tubi di plastica trasparente, in modo da potersi osservare a vicenda, e sottoposti ad un trattamento (iniezione di acido acetico) che ne provocava un leggero mal di stomaco ed un conseguente contorcimento. Il primo topo manifestava un’intensificazione della propria esperienza (si contorceva di più) se anche l’altro si stava contorcendo. Ma avveniva solo se i due topolini erano stati in precedenza compagni di gabbia.

In campo umano, ricordiamo un classico esperimento condotto su giovani donne sane dal gruppo di Tania Singer presso il Laboratorio di neuroanatomia funzionale dell’Università di Londra: le donne vennero sottoposte a fMRI mentre i ricercatori praticavano una leggera scossa al dorso della mano. In una fase successiva, erano avvisate mediante uno stimolo visivo che il loro partner, che si trovava nella stessa stanza, stava ricevendo uno stimolo doloroso analogo a quello che loro avevano sperimentato in precedenza. I risultati indicavano che nelle donne alcune aree deputate alla percezione del dolore (corteccia cingolata anteriore, insula anteriore) venivano attivate sia quando la scarica era somministrata alla propria mano sia quando si rappresentava mentalmente la sofferenza del compagno. Inoltre le volontarie che ottenevano punteggi più alti in due scale di empatia emozionale presentavano una più intensa attivazione di queste due aree mentre il partner subiva la stimolazione dolorosa.

L’empatia è congruente con il prendersi cura, sostiene Martin Hoffman, professore di psicologia alla New York University, uno dei più autorevoli studiosi nel campo dell’empatia. Il principio del prendersi cura non si riferisce ad una condizione particolare; come altri principi morali, rappresenta un valore fondamentale. Il principio di cura e l’empatia, pur rappresentando disposizioni indipendenti ad aiutare il prossimo, si rafforzano a vicenda. “L’essere umano ha bisogno di essere preso in cura, ma nello stesso tempo di prendersi cura - spiega Luigina Mortari, ordinario di Scienze dell’Educazione presso l’Università di Verona (nell’articolo “La qualità etica della cura”, Scuola e Formazione, Anno XIII, n.3) - ha bisogno di prendersi cura per costruire significato nella sua esistenza: l’essere umano costruisce un orizzonte di significato prendendosi cura del campo vitale in cui viene a trovarsi. In questo modo si può dire che il fare realtà, ossia mettere al mondo mondi di esistenza, dipende dalla cura”.

Empatia, attaccamento, aver cura dell’altro, costituiscono un circolo affettivo che si autoalimenta e si amplifica estendendosi a mano a mano a individui al di fuori della proprio ambiente familiare o sociale: più entriamo in intima relazione con gli altri, in un processo di riconoscimento e rispecchiamento reciproco, più aumenta la nostra sensibilità empatica e più ricco ed universale diventa l’ambito di realtà a cui abbiamo accesso.

Rosalba miceli la stampa



“L’amore di Narciso ed altri racconti”

Quello del Mito è uno degli argomenti più interessanti e complessi in assoluto. Come l’Autrice di questo libro appena edito ricorda nella Prefazione, “Il mito educa al pensiero, all’immagine, alla conoscenza dell’anima e al dolore. Insegna la verità, parla del senso, discute sulla guerra, spiega la religione, educa alla sessualità, al pericolo, alle diversità e alla tolleranza. Misura il peso della sorte. Combatte l’ipocrisia. Educa alla vita.”

Da bambini, abbiamo letto i miti come delle belle favole; e magari sarà capitato a voi, come è capitato a me, di bisticciare con qualche compagno perché i vostri miti e i suoi non coincidevano… e questo a causa della stratificazione cronologica delle tradizioni orali di riferimento, per cui la fase più antica si rifaceva a divinità pre-olimpiche, che successivamente potevano o meno venire ignorate, o inglobate e ritrasformate a seconda della bisogna. I miti fanno parte delle nostre radici, in ogni caso; ecco perché la loro funzione come strumento educativo in realtà non è mai venuta meno, anche se purtroppo i bambini d’oggi non hanno altrettanta familiarità con la mitologia di quanta ne avesse ad esempio la mia generazione. Il pregio di questo agile libro scritto da Eneida Topi sta nella capacità di scorrere come un libro di racconti per i più piccini, in una semplicità e discorsività assolutamente ingannevoli: la scrittrice è in realtà molto attenta ai riferimenti culturali, ai risvolti psicologici, alle interpretazioni possibili – giuste o errate - dei miti che richiama.

Tutti i racconti sono pervasi da un’atmosfera poetica, dalla rievocazione di una natura incantata ed incantevole, in cui le miserie “umane” degli dèi gelosi e violenti, o teneri e appassionati costituiscono la trama eterna dell’eterno scorrere della vita, da sempre uguale a se stessa. Ma al di là dello stile prezioso e talora scanzonato con cui è scritto, il libro possiede un particolare motivo di interesse, che risiede nello sguardo attento con cui il lettore è preso per mano e portato a riflettere in modo nuovo su temi che siamo abituati a considerare alla luce di una più ovvia e tradizionale interpretazione/trasmissione dei miti originari. Ci riferiamo ad esempio alla nascita del comandamento morale-etico che, ad un certo momento della Storia coincidente con l’affermazione del patriarcato sul matriarcato, ha cambiato diametralmente l’interpretazione degli archetipi mitici.

“L’amore di Narciso ed altri racconti”

di Eneida Topi

Edizione Il Sirente

Euro: 16,00

http://www.opinione.it/articolo.php?arg=&art=91918




PSICOLOGIA Ecco perché generosi si nasce ma la bontà dura fino a 2 anni

Gli esperimenti dello psicologo Tomasello mostrano che per istinto siamo portati a cooperare. I test sono stati condotti su gruppi di bambini fino a 18 mesi. Poi i comportamenti cambiano

GENEROSI per vocazione, altruisti per istinto. Portati ad allearsi più che a scontrarsi. Più disposti ad aiutare che a tradire. Così sono i bambini piccolissimi, tra il primo e il secondo anno di vita, con una tendenza naturale ad aiutare il prossimo, un sentimento non indotto da condizionamenti sociali e culturali, non influenzato dai desideri e dalle minacce dei genitori. Solo dopo questo istinto originario si trasforma. Solo più tardi si perde l'innocenza. Ed eccoci da adulti, così come sappiamo: un po' meno angeli e un po' più demoni.

Altruisti nati - Perché cooperiamo fin da piccoli è l'ultimo libro di Michael Tomasello (Bollati Boringhieri, pagg. 144, euro 15), noto psicologo evoluzionista americano, considerato un impavido pioniere dai suoi colleghi. Tomasello illustra con pignoleria ed esperimenti di laboratorio il comportamento dei bambini nelle prime fasi dell'esistenza, raggiungendo risultati da molti giudicati sorprendenti perché dimostra, stupendo molti genitori, che i cuccioli d'uomo, a differenza di quelli di scimpanzé, sembrano più disposti a mettere da parte il vantaggio individuale e ad aiutare generosamente il prossimo. "Mi schiero con Rousseau", scrive deciso Tomasello, "il filosofo che considerava gli esseri umani per natura cooperativi e solidali ma poi corrotti dalla società. Anche se integro quella teoria con alcune critiche: sostengo che i bambini si dimostrano collaborativi in molte situazioni ma non in tutte perché ogni organismo deve avere anche un po' di egoismo per sopravvivere".

E Tomasello si assume l'onere della prova. Con i suoi esperimenti vuole dimostrare alcune cose: i bambini sono capaci di prestare aiuto, fornire informazioni, condividere. Tutto con assoluto e disarmante disinteresse. Il punto di partenza è molto semplice: bambini tra i 14 e i 18 mesi vengono messi di fronte ad un adulto che vedono per la prima volta. L'adulto si trova ad affrontare un banale problema pratico e i piccoli lo aiutano a risolverlo, sia che si tratti di recuperare oggetti lontani dalla sua portata o aprire un armadietto se l'adulto ha le mani impegnate. Su 24 bambini presi in esame 22 hanno offerto il loro aiuto almeno una volta. Immediatamente.


Ma non finisce qui. Per lo psicologo c'è nei bambini una propensione spontanea a simpatizzare con qualcuno in difficoltà. Infatti vediamo i bambini-cavia di Tomasello solidarizzare con un adulto a cui era stato strappato intenzionalmente un foglio: "guardano la vittima con un'espressione partecipe", scrive lo psicologo. I piccoli sono anche capaci di fornire informazioni utili. In un altro esperimento li osserviamo aiutare un adulto che aveva perso un oggetto, i bambini, ignari protagonisti, si sforzano di dare indicazioni, fornendo una specifica forma d'aiuto che solo i cuccioli d'uomo sanno fare ovvero "condividendo le informazioni necessarie".

Ma le gesta eroiche e gentili dei nostri piccoli altruisti sono molteplici. È evidente, si sente in dovere di aggiungere Tomasello, che gli esseri umani non sono angeli della cooperazione, uniscono le forze anche per compiere atti ignobili, tali atti però non sono diretti contro gli appartenenti al gruppo. Come i politici hanno sempre saputo, il modo migliore per motivare le persone è identificare dei nemici. E i bambini hanno un innato, e squisitamente umano, senso del "noi". Fin qui gli ingegnosi esperimenti per dimostrare le radici dell'altruismo. Alla base ci sarebbe una tendenza innata. Dopo vengono le norme, le istituzioni. Tutte le complicazioni, più o meno necessarie, che conosciamo. Ma a che punto si perda la primitiva innocenza, e quando anche i bimbi s'incarogniscono, Tomasello non lo spiega, non è parte della ricerca. Questa è un'altra storia.

http://www.repubblica.it/scienze/2010/05/13/news/si_nasce...

di MARINA CAVALLIERI fonte repubblica





Quando gli adolescenti educano gli adulti

Nel 2005 quando ero Assessore ai Beni Culturali e alla Pubblica Istruzione della Regione Siciliana, organizzai un convegno nazionale sulla incapacità dei genitori italiani a sapere educare i propri figli. Nella fase dei saluti il Provveditore agli Studi di Caltanissetta (oggi si chiama Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale) narrò di una ragazzina di 3’ media che arrivava a scuola in maniera un po’ troppo avvenente e con vestiti, diciamo, un po’ troppo sexy. Dopo un rapido consulto in considerazione degli imbarazzi che l’avvenente fanciulla provocava, il consiglio dei docenti, sia pure con un certo imbarazzo decise informalmente di convocare la madre per consigliarle di indirizzare la figlia verso un look un po’ meno audace.

L’imbarazzo divenne però esponenziale quando i PROF si videro arrivare una madre (avvenente anch’essa, narrano le cronache), con un abbigliamento e con una disinvoltura, che nulla aveva da invidiare alla figlia quattordicenne. Insomma, era il caso di dire che la figlia aveva fatto scuola! Ai poveri docenti non rimase che inventare una scusa su due piedi e lasciare andare madre e figlia verso i loro destini. Orbene, quello che sembrava un aneddoto o poco più mi è rimbalzato nella mente in questi giorni leggendo di un’inchiesta apparsa sull’autorevole giornale parigino Le Monde e di uno studio statistico dell’ISTAT a proposito di “famiglia e soggetti sociali in Italia” dell’anno 2009. Entrambi i dati studiavano il fenomeno del ruolo materno e della sua evoluzione (o se vogliamo della sua involuzione). Le ricerche condotte dal quotidiano francese hanno rivelato che la complicità tra madre e figlia è molto cresciuta rispetto al passato, al punto che le due figure quasi si confondono. Le madri somigliano sempre di più alle figlie anche sul piano fisico: nel vestirsi usano capi a volte fin troppo “giovanili”, per il trucco chiedono consiglio alle figlie e le imitano anche nello stile di vita.

Dai dati è emerso persino che le madri non considerano più le amichette delle figlie come appartenenti ad un altro universo, degno del massimo rispetto, ma comunque separato dal proprio, ma vogliono entrare a far parte della loro sfera sociale come se di mezzo non ci fossero età, esperienze e soprattutto “ruolo”. In soldoni, le parti si stanno ribaltando e oggi non è infrequente che siano le figlie a sentirsi responsabili delle madri, evidentemente talvolta troppo prese a combattere contro le rughe e lo scorrere del tempo per ricordarsi della loro responsabilità educativa. Lo psicanalista Luigi Zoia su Repubblica del 4 maggio 2010, su questo tema, dichiara: “La maggior condivisione tra madri e figlie può avere dei vantaggi nel breve periodo. Ma nel lungo periodo rischia di far perdere l’autorità alla madre. Viene a mancare la figura archetipo del genitore […].

Forse è importante essere anche amici con i propri figli, ma soprattutto bisogna ricordarsi che le amicizie possono finire, mentre il rapporto di genitorialità non muta con il tempo”. Adottando uno stile di vita infatti tipicamente giovanile, queste madri danno prova di non vivere bene la loro esistenza, ma soprattutto l’inversione delle posizioni madre-figlia fa sì che la cultura giovanile diventi quella trainante. Ciò preoccupa perché i giovani sono tali perché la loro mentalità, il loro stile, il loro comportamento non sono ancora formati, ma in divenire. Essi, inoltre, per definizione sono portati verso la trasgressione.

Solo con il tempo e la maturità questi eccessi rientrano nella normalità. Bisogna sempre ricordarsi che ogni essere umano è come un contenitore che nel tempo va riempiendosi degli stimoli che famiglia e società gli trasmettono. A maggior ragione, oggi in una società frantumata come la nostra la famiglia e soprattutto la figura materna, che della famiglia è indiscutibilmente il pilastro, non può delegare o rinunciare a trasmettere l’educazione ai figli. Sin dalla notte dei tempi, i processi formativi seguono sempre lo stesso preciso percorso che è logico e incontrovertibile: dall’esperienza nasce la conoscenza, e dalla conoscenza si passa alla capacità di distinguere ciò che è bene, da ciò che non lo è. Per questa ragione logica gli adulti, hanno sempre qualcosa da travasare in quei contenitori semivuoti che sono i giovani. Il percorso opposto è generalmente innaturale. Quando ciò avviene, ossia quando sono i grandi che attingono dalla mentalità di chi è in divenire, prima o dopo si va a sbattere. A Parigi come a Caltanissetta.

di Alessandro Pagano

http://www.opinione.it/articolo.php?arg=&art=91910



Onora il figlio e la figlia, l'ultimo comandamento

Onora il padre e la madre: più che un comandamento cruciale della nostra tradizione, potrebbe sembrare una frase ad effetto di un cabarettista in cerca di una facile risata da parte del suo pubblico. Oggi sono padre e madre ad essere incoraggiati dalla società a onorare i propri figli, oppure, se proprio va bene, essa chiede loro di stabilire un rapporto politically correct: ognuno faccia i fatti propri e non interferisca nelle vicende dei singoli.

Un’intesa democratica in cui s’abbassa il livello dell’autorità genitoriale e si alza quello dell’identità filiale. Dunque, regole ristabilite in nome dell’equilibrio democratico, che distribuisce le quantità a garanzia di una giusta divisione democratica dei poteri. Onora il padre e la madre va, invece, inteso come il titolo di una differenza incolmabile che determina un’istituzione fondamentale: la famiglia. La famiglia vive delle differenze gerarchiche dei suoi membri. Intorno agli anni del Sessantotto furono pubblicati una serie di libri così radicali nell’idea di destrutturazione dell’istituto familiare, inteso come centro di alienazione, di sopraffazione, di distruzione delle creatività, come luogo d’incubazione della fascistizzazione sociale, che a leggerli oggi sembrano - quelli sì - copioni per modesti cabarettisti di provincia.

Eppure quei testi erano opera di scrittori allora venerati - Marcuse, Laing, Goffman, Facchinelli e ancora molti altri - che hanno fatto più scuola (ovviamente più disastri) di quanto si possa immaginare, proprio perché codificavano una serie di atteggiamenti, di concezioni, di stati d’animo latenti.

Da un lato le gerarchie, dall’altro l’egualitarismo della democrazia radicale. Le prime da abbattere, l’altro - l’egualitarismo - da esaltare e affermare con ogni mezzo. Certo - si può giustamente osservare -, i tempi di quel radicalismo sessantottesco sono morti e sepolti. Ma poco importa. Quel radicalismo era la schiuma di utopie folcloristiche, e non sono state queste ad essere diventate storia. La contrapposizione tra gerarchia e democrazia è costitutiva delle società occidentali moderne, indipendentemente dal Sessantotto e dalle sue esaltazioni. La prima si basa su una tradizione che esprime una differenza di valore all’interno di un contesto. Questa differenza è essenzialmente di tipo qualitativo, non oggettivabile. La democrazia esprime le sue differenze di valore in termini quantitativi, misurabili: vale il più, non conta il meno. Una regola semplice, da tutti facilmente comprensibile, che abbatte la complessità di valutazione della qualità.

Quando, per esempio, dico: «Autorità morale», ne comprendo il significato se riesco a compiere culturalmente un processo che sviluppa una sequenza gerarchica di ordine specificamente intellettuale. Se, invece, intendo semplificare il processo di valorizzazione all’interno di un contesto, elimino la dimensione intellettuale, introducendo una distinzione quantitativa. E, infatti, la distinzione sociale che più conta in democrazia è quella quantitativa.

L’idea di gerarchia, e la sua conseguente espressione di autorevolezza, sono sospettosamente respinte, perché appaiono arbitri elitari imposti da un’autorità superiore. Una sana democrazia non può permettersi questo rischio intellettuale. Al contrario, regolarsi sulla misurazione delle quantità, infonde quel sentimento di sollievo che libera dalla decisione sulle differenze, perché affida la scelta all’equilibrio dell’oggettività calcolabile. La gerarchia, che non può che possedere un fondamento qualitativo, è di ordine intellettuale, riconoscibile sulla base di una tradizione o di una élite.


Da un lato, la quantità che non richiede nessuna specificità intellettuale per essere riconosciuta, dall’altro la qualità che solo culturalmente è riconoscibile. Inoltre, la regola della quantità appare anche vantaggiosa per garantire e difendere l’inviolabilità del singolo. E, infatti, nulla come la quantità lascia spazio all’individualismo, a una presunta libertà del soggetto che, per dare fondamento alle proprie scelte, non chiede, non ha bisogno di riferirsi ad alcuna autorità superiore.

Il soggettivismo moderno è figlio della destrutturazione delle gerarchie fondate sull’ordine intellettuale. Si prenda come esempio il concetto di bellezza. La bellezza è una domanda radicale di significato non riducibile in termini psicologici. Per millenni, la potenza del bello ha rappresentato un problema di senso, di costruzione antinichilista del senso. Il soggettivismo moderno riduce questa domanda a una questione individuale, a un fatto psicologico, a una vicenda legata al gusto personale. La domanda di significato implicita nel concetto di bellezza è metafisica, e va interpretata all’interno delle corrispondenze gerarchiche del valore. Anche «Onora il padre e la madre» rimanda a una inderogabile gerarchia di significato. È un principio metafisico costitutivo dell’idea stessa di famiglia. Una volta destrutturata questa gerarchia, si destruttura la famiglia, la quale, perdendo la sua idealità, diventa una faccenda soggettiva, personale, psicologica: la famiglia si allarga, si restringe a piacimento; i suoi componenti sono variabili a seconda degli umori sociali. Si onora il figlio, si disprezza il padre, si dimentica la madre... e non finisce ovviamente qui: una fantasmagoria di situazioni in cui domina l’idea che tutti debbano avere eguali pesi per il corretto rispetto delle libertà individuali.

Non è un caso che gli operatori culturali più amanti della modernità siano gli psicologi, gli psicanalisti, i terapeuti familiari, che generosamente sono sempre presenti al capezzale di una famiglia in crisi per eccesso di fantasia dei suoi membri: eccoli pronti ad aggiustarne i pezzi, a incollarne uno sopra, uno sotto, cercando di dare ad ognuno il suo, in nome di un giusto equilibrio quantitativo, democratico. In questa gioiosa ridefinizione della famiglia, celebrata come la più alta conquista civile delle libertà dei singoli e della libertà d’espressione, appare come deprecabile ostacolo la figura del padre. Diventa, allora, cosa buona e giusta portarlo alla rottamazione. Il padre va annientato o ridicolizzato, perché sua è, innanzitutto, la simbolicità della gerarchia familiare, riconoscibile intellettualmente per tradizione.

Il padre è il vertice dell’ordine gerarchico ma, come la bellezza nella deriva individualista moderna si soggettivizza in ciò che piace, così il padre si soggettivizza nella figura dell’amico, del mammo e di altre simili amenità. La madre, a sua volta, invece di rientrare nell’ordine gerarchico genitoriale e rispettarlo, tende ad assumere funzioni non sue, cioè, il più delle volte, funzioni paterne proprio perché è destrutturata l’immagine gerarchica del padre. Naturalmente ci sono molte ragioni sociologiche e psicologiche che determinano questo processo di annullamento dell’autorità gerarchica paterna e la conseguente centralità della madre nell’amministrazione familiare: è sotto gli occhi di tutti che ormai viviamo in una società mammizzata. Sul fatto si possono sviluppare, appunto, molte analisi, ma il problema ontologico è un altro e riguarda l’interpretazione del comandamento «Onora il padre e la madre» nel segno di una differenza di valore gerarchico non derogabile.

Stefano zecchi il giornale




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