Bertolt Brecht  : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”







Non mi piace
pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in  superficie “





Pino Ciampolillo

lunedì 9 marzo 2020

2020 9 MARZO COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE:misure precauzionali di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 CORONA VIRUS

Comune di Isola delle Femmine
Città Metropolitana di Palermo
Ufficio Segreteria
OGGETTO: misure precauzionali di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19
IL SEGRETARIO GENERALE
PREMESSO
- che il rapido evolversi dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, degli ultimi giorni, ha obbligato il governo, le autorità regionali e locali ad adottare provvedimenti urgenti e contingibili atti a contenere l’ulteriore diffusione del contagio;
RICHIAMATO
- il contenuto del DPCM dell’8 marzo 2020;
- il contenuto dell’Ordinanza contingibile ed urgente del Presidente della Regione Siciliana, n. 3 dell’8 marzo 2020;
RITENUTO
- che il contesto di particolare emergenza che si è venuto a creare nelle ultime settimane, soprattutto con riferimento alla necessità di realizzare una compiuta azione di prevenzione, impone l’assunzione immediata di ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica, individuando idonee precauzioni per fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività;
- che le situazioni di fatto e di diritto esposte e motivate, integrino le condizioni di eccezionalità ed urgente necessità di tutela della sanità pubblica;
D I S P O N E
per le motivazioni di cui in premessa, che si intendono integralmente riportate e trascritte 
1) Sospendere, da lunedì 9 marzo fino al 3 aprile 2020, salvo eventuali ulteriori disposizioni, il ricevimento del pubblico in tutti gli uffici comunali.
2) Le prestazioni richieste dal cittadino ai vari settori, potranno essere gestiti, laddove non è possibile assicurare il riscontro on-line, attraverso la posta elettronica e le comunicazioni telefoniche. A tale scopo, sarà cura del Segretario Generale disporre la pubblicazione sul portale del Comune, di apposito elenco contenente i numeri di telefono, la mail e la PEC di ogni ufficio comunale.
3) In tutti quei casi in cui è necessaria la presenza fisica dell’utente, si opererà per la soluzione del ricevimento tramite appuntamento da concordare telefonicamente con l’ufficio interessato.
4) Incaricare tutti i Responsabili dei Settori, di porre in essere quanto ritenuto idoneo e necessario al raggiungimento delle finalità suddette, raccomandando di aiutare quanto più possibile gli utenti dei servizi comunali, attraverso spiegazioni telefoniche e/o avvisi chiari e ben visibili, al fine di evitare loro disagi e garantire, nel contempo, la sicurezza e la pubblica incolumità; nonché di attenersi, nell’attività interna agli uffici, alle prescrizioni tutte di cui ai richiamati provvedimenti nazionali e regionali, in ordine alle disposizioni igieniche e di contatto interpersonale, invitando i dipendenti dei settori di riferimento, ad analogo contegno.
5) Trasmettere copia della presente ordinanza:
- al Signor Prefetto di Palermo;
- al Comandante della Compagnia dei CC di Carini;
- al Segretario Generale
- al Comando della Polizia Municipale di Isola delle Femmine
- a tutti i Responsabili dei Settori Comunali
Dalla sede Comunale, lì 09 marzo 2020
IL SEGRETARIO GENERALE
F.to: Avv. Ernesto Amaducci
2020 28 FEBBRAIO Benvenuti nell'era dello spillover, in cui i virus vanno alla conquista dell'uomo


















Prima del coronavirus, un libro aveva raccontato i virus che fanno “salti di specie”, con cui siamo destinati a una convivenza sempre più difficile: Spillover, di David Quammen

Pubblichiamo un estratto da Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati (Laterza), il libro di Francesco Guglieri dedicato alle opere e ai divulgatori che hanno raccontato in senso letterario la complessità dei fenomeni umani e scientifici.
*
Ed ecco, mi apparve un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra”. Spillover di David Quammen si apre con una citazione dall’Apocalisse (6,8): la discesa sulla terra dei cavalieri che portano guerra, carestia e, l’ultimo, su un cavallo verdastro come un cadavere, pestilenza: dopo di lui – l’unico indicato con un nome, Morte – segue l’Inferno. Come a dire che dopo la pestilenza non resta che il lucore plumbeo delle fiamme dell’inferno. E in effetti Spillover ha qualcosa di apocalittico: l’argomento di cui tratta va inevitabilmente a toccare le zone profonde della nostra psiche, quelle più arcaiche, premoderne, forse anche pre-umane: il terrore del contagio.
Spillover si può leggere come un sottogenere particolare dei libri di scienza: il nature writing. Genere particolarissimo, a metà tra l’esplorazione naturalistica e l’indagine letteraria, in cui il racconto di un paesaggio o di un animale o di una regione, insomma della natura, viene indagato in tutti i suoi prismatici aspetti, da quello scientifico a quello storico-culturale, da quello sociale a quello individuale, ad esempio l’esperienza concreta dell’autore con questo paesaggio o quell’animale. Sono stati scritti libri bellissimi così, come Leviatano di Philip Hoare, sulle balene; o Io e Mabel di Helen Macdonald, sull’astore. Bene. Anche Spillover, volendo, lo si può vedere così: solo che gli animali che racconta sono miliardi e microscopici. Spillover è un nature writing su virus e batteri.

È noto che il 60% delle malattie che affliggono gli esseri umani ha origine animale, dall’influenza alla peste bubbonica. Scambi di batteri e virus tra umani e altre specie ci sono sempre stati, soprattutto da quando Homo sapiens ha messo in cattività altri animali. Quello che però sta cambiando è questo: la trasformazione radicale degli ecosistemi ha aumentato esponenzialmente i casi in cui un virus fa un salto di specie, in gergo tecnico uno spillover.
Quando ci fu questo balzo di scala, questo aumento strutturale delle malattie di origine zoonotica? Impossibile scegliere una data precisa, o un singolo evento, sarebbe una forzatura: ma un buon candidato potrebbe essere la comparsa del virus Machupo tra le popolazioni boliviane tra il 1959 e il 1963. All’inizio non si chiamava così, anzi non si accorsero nemmeno che aveva colpito: la prima volta passò quasi inosservato – la febbre molto alta ma non fatale di un contadino – ma nel giro di tre anni si presentò in altri 245 casi, per il 40% mortali. I locali lo chiamavano tifo negro, cioè tifo nero, perché di questo colore erano il vomito e le feci liquide. “Continuò a uccidere le sue vittime fino a quando il virus fu isolato, l’ospite serbatoio identificato e le dinamiche di trasmissione comprese”: comprese abbastanza per progettare misure di prevenzione (in questo caso, la cattura sistematica dei topi). 

Ma in un elenco dei momenti più drammatici della diffusione di malattie contagiose bisognerebbe ricordare molti altri episodi, tra cui la comparsa di Ebola nel 1976, dell’Hiv-1 nel 1981, dell’Hiv-2 nel 1986, fino alla Sars nel 2003 e all’influenza suina nel 2009. “Che sia chiaro da subito”, sottolinea Quammen, “c’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra, e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni”. L’aumento di nuovi virus che vengono scoperti perché infettano gli esseri umani provocando migliaia, in alcuni casi milioni, di morti è “lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria”. La devastazione ambientale portata avanti dalla nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con soggetti patogeni; inoltre il nostro stile di vita, i modelli sociali e di consumo della tarda modernità fanno sì che la diffusione delle malattie infettive sia ancora più veloce ed esplosiva di prima. 
La “disintegrazione” di interi ecosistemi da parte dell’uomo ha le caratteristiche del cataclisma: deforestazione, aumento del terreno destinato all’agricoltura, costruzione di strade e altre infrastrutture, inquinamento dei mari e dell’atmosfera, sfruttamento insostenibile delle risorse ittiche, urbanizzazione di massa, cambiamento climatico e molti altri elementi non fanno che sbriciolare interi ecosistemi. In questi ecosistemi, ad esempio nelle foreste tropicali, esistono milioni di specie, in gran parte sconosciute alla scienza moderna. “Tra questi milioni di specie ignote ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti”. Gli specialisti usano il termine virosfera per identificare un gruppo di esseri viventi la cui estensione, probabilmente, fa impallidire qualsiasi altro gruppo. Una volta che distruggiamo la sua casa, al parassita non resta che una scelta: trovarne una nuova (adattandosi e mutando: e i virus il cui genoma consiste di Rna e non di Dna sono più soggetti a mutazioni) o estinguersi.
 “Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato o di un batterio, vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili, che fino a poco tempo fa erano circa la metà di adesso, perché in venticinque-ventisette anni siamo raddoppiati di numero. Siamo un eccellente bersaglio per tutti gli organismi in grado di adattarsi quel che basta per invaderci”. Le malattie di origine zoonotica sono anche molto più difficili da debellare perché non basta, quando c’è, un vaccino o una profilassi: i virus possono nascondersi fuori dall’uomo, prosperare presso una specie animale e tornare mutati dopo molto tempo, dopo essere stati dimenticati.
Quammen procede con la perizia dell’investigatore, ricostruisce le vicende che hanno portato alla diffusione delle malattie con una precisione che ha qualcosa di vertiginoso: ad esempio, è probabile che l’uccisione di un gorilla all’inizio del Novecento nel Camerun sudorientale da parte di un cacciatore abbia determinato lo spillover del virus all’origine della malattia in seguito chiamata Aids, che più tardi si sarebbe diffusa nel Congo belga durante gli anni Cinquanta per l’uso a scopo vaccinale di aghi non sterili, e un decennio dopo sarebbe passata a Haiti, stimolata da scarsi controlli profilattici nelle donazioni di sangue a scopo di lucro della popolazione impoverita, e dopo ancora, negli anni Ottanta, nella comunità omosessuale americana e poi globale.
Come un effetto domino che diventa sempre più distruttivo. Ma ricostruendone la storia – o meglio: raccontando gli sforzi dei medici e degli scienziati che lo fanno, al fine di isolare gli elementi patogeni – Quammen ci ricorda una cosa che in una realtà così complessa e interconnessa spesso dimentichiamo: tutto ha un’origine, per quanto remota, misteriosa, trascurata, e possiamo risalire ad essa.
Le malattie infettive sono dappertutto. Viviamo e ci muoviamo avviluppati in una rete fatta di virus e batteri che uniscono, ci connettono l’uno all’altro: “Rappresentano una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complessi rete biofisiche che chiamiamo ecosistemi”. Del resto, le infezioni hanno qualcosa in comune con la predazione: così come un predatore consuma la sua preda, per così dire, dall’esterno, gli agenti patogeni sono bestie assai più piccole che divorano le loro prede dall’interno.
Quammen, che non è uno scienziato ma uno scrittore e un giornalista, racconta tutto questo attraverso le storie concrete di alcuni casi di spillover dedicando un capitolo a ognuno di essi: si passa così dal Congo al Bangladesh, dalla Cina meridionale all’Australia. Egli spesso si reca sui luoghi dove sono iniziate le infezioni, intervista veterinari, biologi, medici, ricercatori, ripercorre la storia dei virus e ne smonta i miti scrivendo quello che è anche uno straordinario libro di avventure horror: sì, perché la zona oscura e profonda che le paure di Spillover vanno a toccare è quella che sfiora la nostra stessa idea di identità, di individui separati, singoli e singolari.
Spillover fa paura perché è un racconto apocalittico: quello che racconta non è solo la fine del mondo (gli epidemiologi lo chiamano Next Big One: il prossimo virus zoonotico in grado di diffondersi e infettare su scala planetaria), ma anche la nostra fine, come individui e come specie: “Guardandole da lontano, tutte insieme, queste malattie sembrano confermare l’antica verità darwiniana (la più sinistra tra quelle da lui enunciate, ben nota eppure sistematicamente dimenticata): siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia”.
© 2020, Gius. Laterza & Figli
https://www.wired.it/play/libri/2020/02/28/spillover-coronavirus-libro-leggere-terra-cielo/


Leggere la terra e il cielo
Di cosa parla questo libro? Parla di scoperte e del piacere di inoltrarsi in mondi che non conosciamo. Parla della curiosità e di come prendersene cura. Parla di meraviglia ma anche di vecchie paure e nuove preoccupazioni.
Leggere la terra e il cielo è un viaggio nell’universo, dal Big Bang alla ‘sesta estinzione di massa’ che stiamo vivendo, attraverso i libri di scienza che l’hanno raccontato. Una biblioteca scientifica minima – da Stephen Hawking a Stephen Jay Gould, da Yuval Noah Harari a Oliver Sacks – letta con lo sguardo non dello scienziato, ma dell’umanista. In ultima analisi con lo sguardo del lettore. Leggere la terra e il cielo è un viaggio tra le meraviglie dell’universo fatto usando i classici della letteratura scientifica come bussola. Là fuori (o dentro di noi: il cervello umano è la struttura più complessa dell’universo) ci sono realtà tanto vaste, complicate, sfuggenti che un osservatore non specialista può solo sentirsi disorientato. Dimensioni subatomiche in cui la realtà bolle come una pentola d’acqua; oggetti cosmici così densi da modificare lo scorrere del tempo; stati della materia esistiti solo frazioni di secondo dopo il Big Bang ricreati nella periferia svizzera; creature preistoriche che sembrano uscite da un incubo di Stephen King; piante che comunicano tra loro; la nascita dell’uomo e la sua estinzione; la fine stessa del cosmo… Lo smarrimento e l’incantamento che ci avvincono al cospetto di fenomeni di questo tipo ce li hanno raccontati gli scienziati e gli scrittori di scienza con i loro libri, da Stephen Hawking a Douglas R. Hofstadter, da Carlo Rovelli a Stephen Jay Gould, Oliver Sacks e tanti altri. Mettendo questi libri uno accanto all’altro si scopre che non solo disegnano una ‘storia portatile’ di tutto ciò che esiste, ma che regalano anche una straordinaria dose di bellezza, un’intensità emotiva e d’immaginazione che solitamente pensiamo esclusiva del romanzo. E che possono rivelarsi un sorprendente antidoto alla malinconia di questi tempi inquieti, un modo per fare i conti con la complessità delle nostre vite, un invito al viaggio. Un’ode alla curiosità infinita degli esseri umani.

David Quammen

Spillover

RISVOLTO
«Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all'altro fare un salto di specie – uno spillover in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani ... Il libro è unico nel suo genere: un po' saggio sulla storia della medicina e un po' reportage, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali Quammen ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi. L'autore ha intervistato testimoni, medici e sopravvissuti, ha investigato e raccontato con stile quasi da poliziesco la corsa alla comprensione dei meccanismi delle malattie. E tra le pagine più avventurose, che tengono il lettore con il fiato sospeso come quelle di un romanzo noir, è riuscito a cogliere la preoccupante peculiarità di queste malattie».
«LE SCIENZE»

2013 8 AGOSTO

Leviatano ovvero La balena (Philip Hoare)




Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).
Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

“IO E MABEL”
DI HELEN MACDONALD

Sulla perdita del padre e del senso della vita

di  22 aprile 2016


Io e Mabel. Ovvero l’arte della falconeria di Helen Macdonald, pubblicato in Italia da Einaudi con la traduzione di Anna Rusconi, è un memoir personale di un dolore unico e universale come può essere la perdita di un genitore. È un tema che è stato ampiamente dibattuto nella storia della letteratura e in generale delle varie forme artistiche. Lo scorso anno, l’esordio di Marco Peano con L’invenzione della madre aveva giustamente attirato l’attenzione dei lettori e della critica, mentre al cinema un maestro come Nanni Moretti aveva sentito l’esigenza di raccontare l’esperienza della perdita della madre nel suo ultimo film, eppure ogni volta è possibile scoprire delle sfumature nuove.
Helen Macdonald insegna letteratura a Cambridge e coltiva da sempre una grandissima passione per l’ornitologia. Quando suo padre, un noto fotografo di costume e natura, è morto, ha vissuto un periodo di profondo sbandamento. Per arrivare alla fase finale dell’elaborazione del lutto ha raccontato la sua storia in Io e Mabel, premiato in Inghilterra con il Samuel Johnson Prize, il più prestigioso premio per la non-fiction, e con il Costa Book Award.
La perdita del padre, nella forma della non-fiction, sembra essere uno dei temi caldi della letteratura di quest’anno in Italia, con il libro autobiografico di Simona Campo, Dove troverete un altro padre come il mioentrato nella dozzina dello Strega.
In tempi recenti, lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgard ha dedicato allo stesso argomento il primo libro della sua torrenziale autobiografia in sei volumi La mia lottaLa morte del padre, ripubblicato di recente da Feltrinelli. Macdonald e Knausgard partono da premesse completamente diverse per raccontare la scomparsa. La telefonata che precipita Helen nel vuoto della perdita arriva subito, al secondo capitolo che non a caso si intitola Persa. Knausgard aspetta quasi trecento pagine, crea un contesto in cui far sparire un personaggio. Eppure, entrambi testimoniano del vuoto di senso immediato che comporta la scomparsa. Knausgard parla dello spazio maggiore che richiede la sua realtà interiore dopo la perdita, che rimane «immutata, l’unica differenza era che adesso richiedeva più spazio e quindi spingeva via quella esterna. Non avrei saputo spiegarla in altro modo», Macdonald sottolinea la perdita di senso del mondo: «Niente di tutto ciò aveva significato per me. Per settimane ebbi la sensazione di stare sordamente fondendo, come metallo, tanto che a un certo punto arrivai a pensare, non esagero, che se mi fossi seduta su un letto o una sedia avrei finito per fondere anche loro».
Leggere Io e Mabel può far venire in mente L’invenzione della solitudine, un altro memoir sulla perdita del padre firmato da Paul Auster. Anche lì, come in Macdonald e a differenza di Knausgard, la morte del genitore si consuma nella primissima parte del testo, addirittura nel secondo paragrafo della prima pagina: «La notizia della morte di mio padre mi ha raggiunto tre settimane fa. Era una domenica mattina, e stavo in cucina a preparare la colazione per il piccolo Daniel, mio figlio […] Poi squillò il telefono. Capii subito che era successo qualcosa. Nessuno ti chiama alle otto di domenica mattina se non per darti una notizia che non può aspettare; e a non poter aspettare sono sempre le brutte notizie». Anche a Helen Macdonald la notizia arriva per telefono, interrompendo una giornata come le altre: « Stavo per uscire, quando suonò il telefono. Risposi. Di fretta, le chiavi di casa già in mano». Helen, nello shock della notizia, cerca di vivere il resto della giornata come niente fosse, addirittura confermando il pranzo fuori con l’amica e lasciandosi consolare da un cameriere con un dolce al cioccolato. È una finta, il tentativo di mascherare lo sconforto e lo smarrimento nel quotidiano. La morte del padre getta Macdonald in un nulla di senso completo. Mentre Paul Auster afferma immediatamente di non aver subito la scomparsa come un impatto traumatico («Non versai una lacrima, non mi sentii come se il mondo attorno a me fosse crollato. Chissà come, mi scoprii preparato ad accettare la sua morte, per inaspettata che fosse») e di aver concentrato le settimane successive a voler ricostruire la vita del padre per capire chi fosse davvero, alla ricerca di quelle tracce che crede che non siano state lasciate dietro di lui, Helen Macdonald deve ricostruire un mondo, il suo, ormai scivolato per intero nel lutto.
Per cercare di dare un ordine a quel lutto infinito, decide di guardarlo dall’alto. Torna a una sua passione di sempre, scoperta accompagnando bambina il padre fotografo nelle sue escursioni: la falconeria.In passato, Helen ha già allevato altri rapaci, ma decide di misurarsi con un’astore, forse l’uccello più difficile da addomesticare. Lo fa seguendo la traccia di un libro scoperto al primo apparire della sua passione per i rapaci. Tra manuali antichi di falconeria, trattati tra il filosofico e lo scientifico scritti centinaia di anni prima, un romanzo aveva sempre continuato a rimanere vivo nella sua testa da quando lo aveva scoperto nell’adolescenza. È The Goshawk di Terence Herbury White, l’autore noto soprattutto per aver ispirato la disneyana Spada nella roccia. In The Goshawk – mai tradotto in italiano –, White racconta il suo tentativo di addomesticare un astore culminato in un sostanziale fallimento. Helen si accorge sin da bambina che in quel testo manca completamente il rigore degli altri volumi che stava iniziando ad assimilare, eppure c’è qualcosa che lascia in lei un segno più forte. È la disperazione di White, un uomo allo sbando nella vita privata, costretto a reprimere ogni giorno le sue pulsioni omosessuali che lo portavano a una sostanziale sociopatia. Nel tentativo di addomesticare il rapace, lo scrittore cercava la possibilità di ordinare la natura.
Helen, a differenza di White, sa come addomesticare la sua Mabel, l’astore di dieci mesi che diventa il centro della sua vita. Come White, cerca nel rapporto con l’animale un senso ulteriore di potere sulla natura. È un rapporto che segna il cambiamento e il ritorno in sé di Helen, perché «Mabel è più di un’astore. È uno spirito domestico, il mio piccolo nume tutelare». Il rapporto che Helen instaura con il suo rapace è disperato. Mabel è indomabile, la ignora, la fa impazzire. Di fatto, vivere con Mabel è anche «come adorare un iceberg, o una slavina battuta dal vento gelido».
Eppure, Helen continua nel suo tentativo. La natura spietata dell’astore la pone in contatto costante con la morte, che è il mostro contro cui combatte. Il rapace uccide senza pietà; in molte culture falchi e simili sono simboli di collegamento tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Helen affida il suo ritorno alla vita al rapporto con Mabel, dopo aver sorvolato con lei il mondo più selvaggio e meno umano: «avevo portato l’astore nel mio mondo per poi fingere di vivere nel suo». Il rifugio nel mondo selvaggio, però, non basta. È questa presa di coscienza che porta Helen di nuovo a vivere, a rimettere ogni cosa al proprio posto, Mabel nel cielo, i suoi piedi per terra, e il padre da qualche parte nei ricordi.
2014 21 OTTOBRE David Quammen, lo scrittore scienziatoIntervista a uno dei più brillanti science writer americani, autore di Spillover, un libro divulgativo sulle zoonosi che si legge come un romanzo
























L'Intervista è un estratto di Scrivo, uno speciale digitale di Studio uscito nel luglio 2014.

People like to read about people. David Quammen, nel suo discorso di accettazione dello Stephen Jay Gould Prize, premio annuale assegnato dalla Society for the Study of Evolution, lo ripete a intervalli regolari per quasi un’ora. Le persone, anche quando leggono di scienza, vogliono prima di tutto leggere storie. E Quammen fa proprio questo: nei suoi libri di non fiction la scienza è raccontata attraverso le fissazioni, le invidie, ma anche gli atti di generosità gratuita e di coraggio a volte quasi folle dei suoi protagonisti. L’idea di questa intervista sarebbe capire come sia possibile che questo signore dall’aria un po’ distante, mitigata da un sorriso aperto e gentile sotto due rassicuranti baffi grigiastri, che porta spesso un gilet di pile e ha scelto di vivere in Montana – dice – per la pesca alla trota, sia passato dall’Ivy League al maneggiare, circa trent’anni più tardi, enormi pipistrelli rinchiusi in federe da cuscino. Ah, dimenticavo: le adorabili volpi volanti a cui, nella circostanza, Quammen stava prelevando campioni di muco, erano potenzialmente infette da un virus mortale trasmissibile all’uomo, per il quale tuttora non esiste cura né trattamento.
Allievo prediletto di Robert Penn Warren, David Quammen si laurea in letteratura inglese tra Yale e Oxford con una tesi sulla struttura del romanzo in Faulkner. Nel 1973, appena finita l’università, pubblica il suo primo romanzo. È un cosiddetto ragazzo prodigio, ma capisce alla svelta tutta l’ironia nascosta nell’etichetta: vivere di scrittura non è infatti così facile, neppure per un Rhodes Scholar. Dopo l’esperienza formativa del romanzo d’esordio, Quammen decide appunto di andare a vivere in Montana. Guadagna con i soliti lavori occasionali, e nel tempo libero scrive un secondo libro, a suo stesso dire «folle, ambizioso e inesorabilmente destinato al fallimento». Il romanzo esce nel 1987, quattordici anni dopo il primo: è una spy story che, ricorda fa perdere le tracce di sé «come una pistola bollente lanciata di fretta nel Potomac». Intanto però Quammen ha scoperto la wilderness – parola che non trova posto nella lingua italiana, dove peraltro manca anche il concetto. Vuole disperatamente scrivere, e il Montana gli sembra il posto perfetto per farlo: sarà anche «privo di ristoranti, librerie o orchestre sinfoniche decenti», però promette solitudine quanto basta, e una strana, non del tutto spiacevole prossimità con «cose, bestie, posti, animali, forze della natura capaci di assassinarci con sublime indifferenza». Qualche tempo dopo diventa una guida di pesca professionista. Una sera, al termine di una lunga giornata sul fiume con John Rasmus, allora editor di Outside Magazine, propone di scrivere qualcosa che darà una svolta alla sua carriera: «Senti, che ne diresti di un pezzo encomiastico sulle zanzare? Sono animali insopportabili, ma prima o poi bisognerà pure che qualcuno ne parli bene!». Nasce così “Natural Acts”, una rubrica mensile di scienza e natura tenuta da un laureato in lettere con l’ossessione per Faulkner che, qualche anno dopo, si guadagnerà apprezzamenti come quello di Patricia Wall sul New York Times: «uno dei più brillanti scrittori americani di non fiction? No, uno dei più brillanti scrittori americani, punto».
Oltre a collaborare con il National GeographicHarper’sRolling Stone, e la New York Times Book Review, a oggi Quammen ha pubblicato dodici libri, tra cui quattro raccolte di saggi e articoli, una biografia di Charles Darwin e un libro molto singolare, Alla ricerca del predatore Alfa (Adelphi, 2005), dove si sostiene che la nostra posizione al vertice della catena alimentare è un privilegio acquisito solo di recente: fino a non molto tempo fa la nostra specie conviveva con la chiara consapevolezza di essere «carne commestibile» con tutte le conseguenze formative del caso. L’ultimo lavoro di Quammen, Spillover (sempre per Adelphi) è un viaggio nel meraviglioso mondo delle zoonosi, le malattie che riescono a fare un salto di specie e a infettare nuovi ospiti, in genere con esiti letali. Dopo averlo letto, posso assicurarvi che smetterete di fissare a bocca aperta pipistrelli in volo. E capirete che ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone tutti gli abitanti «i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie».
Spillover ci mette davanti alla cara vecchia evidenza darwiniana: la razza umana non è che una specie animale fra le altre e come tale ne condivide, almeno in parte, il destino. Il desiderio, intervistando Quammen, sarebbe infliggere a lui quello che lui infligge ai suoi scienziati – cioè un po’ di sano, e vagamente molesto, “stalking boswelliano”. Quammen ammette di non arrivare agli eccessi di James Boswell – che seguiva il dottor Samuel Johnson, trascrivendone ogni sillaba, fin sulla soglia delle stanze più segrete, ma confessa che a volte ci va abbastanza vicino. Per questa intervista, però, usiamo Skype; anche se parlare a uno schermo non è come seguire Quammen sul campo annotando freneticamente tutto su un taccuino, lo strumento mi permette per lo meno di studiare il suo habitat naturale: l’ufficio sul retro della casa in Montana dove ha scritto tutti gli ultimi libri, una piccola stanza completamente ricoperta da volumi di ogni genere, bacheche con carte geografiche e ritagli di giornale, e pile e pile e ancora pile di taccuini da reporter tagliati con le forbici sul lato corto.
 Te lo devo chiedere subito: perché tagli i taccuini?
Semplice: è l’unico modo per farli entrare in una Ziploc bag [una marca di buste di plastica sigillabili molto comune negli Usa, nda]. Tendo a lavorare in posti abbastanza remoti. La sera prima di partire prendo un paio di taccuini, un paio di forbici, e li accorcio di circa quattro centimetri. Qualsiasi cosa succeda – e parlo del tipo di imprevisti che possono capitare in una foresta tropicale o nell’Artico russo – so che comunque i miei appunti sono salvi.


ⓢ Quindi come funziona, come si prendono appunti nel mezzo di una foresta tropicale?
Beh, lo strumento indispensabile, oltre a taccuini e buste di plastica, sono le penne biro. Quando sono sul campo, durante il giorno prendo nota di ogni cosa. La mattina dopo, di solito verso le cinque, racconto la giornata precedente sul mio diario di viaggio, con un taglio molto più narrativo.

ⓢ Una volta a casa come metti assieme tutto questo materiale?
A dire il vero non ho una regola fissa. Di solito, quando torno a casa, mentre sto facendo sbobinare le interviste che ho registrato, mi metto a leggere decine di libri e articoli prendendo ancora appunti, in un taccuino dedicato che potrei chiamare il “taccuino delle letture”. A volte, terminata questa fase, butto finalmente giù qualche idea su come vorrei strutturare il libro. Ma succede anche che, dopo aver passato anni ad ammassare materiale sulla scrivania, inizi a trangugiare litri di caffè e cominci semplicemente a scrivere.




















ⓢ Quali sono le fasi più importanti e delicate in questo processo?

Sicuramente trovare gli attacchi e i titoli dei capitoli. Mi piacciono i titoli suggestivi, come Una cena alla fattoria dei ratti. Una volta che ho chiarito questi due aspetti, vado avanti come in trance. Per il mio tipo di scrittura poi, è importantissimo il lavoro di editing: tutti i miei libri, o almeno quelli a cui tengo di più, sono complessi, stratificati. Forse i lettori pensano che non abbiano un’impalcatura definita, ma in realtà la loro struttura è studiata al millimetro, e molto chiara – almeno per me.

ⓢ Quali sono i tuoi autori di riferimento, quelli che ti hanno più influenzato?

Anche se scrivo di scienza, Faulkner. Non importa che i suoi romanzi parlino essenzialmente di dinamiche familiari piuttosto contorte ambientate immancabilmente nel Sud degli Stati Uniti: importa come sono strutturati. Il modo in cui costruisco i miei libri, in cui intreccio voci e storie, l’ho imparato da lui. In Spillover, per esempio, ci sono una serie di tracce che per tutta la durata del libro si intersecano e procedono in parallelo: la successione delle zoonosi e la spiegazione dei concetti base per comprenderle, la nascita e lo sviluppo dell’epidemiologia, i miei viaggi al seguito di scienziati e biologi. Avrei potuto optare per una struttura più lineare, che ne so, dedicare ogni capitolo a una malattia. Sarebbe stata una divisione più logica, probabilmente, ma anche molto più noiosa. Vedi, io cerco costantemente di mettermi nei panni del lettore: si sta annoiando? È confuso? Ha bisogno che la tensione si allenti? Vuole una battuta? Continuo con la genetica, o è meglio un po’ di suspense?

ⓢ A proposito di suspense: nella tua carriera hai scritto anche dei romanzi di spionaggio e in effetti Spillover si legge come un thriller scientifico. È un caso?

Diciamo che la materia aiuta: nelle malattie infettive emergenti c’è un innegabile fascino macabro. L’insorgenza di un nuovo virus è un po’ come la scena di un delitto, e spesso gli scienziati si comportano come detective che devono ricostruire passo dopo passo cosa è successo.

Quando sono sul campo, durante il giorno prendo nota di ogni cosa. La mattina dopo, di solito verso le cinque, racconto la giornata precedente sul mio diario di viaggio, con un taglio molto più narrativo
ⓢ C’è qualche scrittore di thriller o spionaggio che ti ha influenzato particolarmente?

Non so. Anche se scrittori come John le Carré e Charles McCarry possono avermi influenzato, qua e là, alla fine l’ispirazione fondamentale per me credo sia sempre e solo Faulkner: The Soul of Viktor Tronko ad esempio era un umile tentativo di ricreare quella specie di tango su cui Faulkner ha cadenzato Absalom, Absalom!.

ⓢ Be’, dopo aver letto che hai fatto costruire un lettino nel tuo ufficio modellato su quello della casa di Faulkner, non metto in dubbio la devozione

Ah sì, certo! È un piccolo box bed alla norvegese, dietro una tenda, grande appena per me e il mio gatto. L’idea mi è venuta quando ho visitato la casa di Faulkner nel 1969. A volte ci riposo soltanto, altre, se voglio passare la notte a leggere senza svegliare mia moglie, rimango là. A dire il vero però, se voglio fare una dormita durante il giorno mi metto sul pavimento. Schiena a terra e braccia allargate – così so che non sarò mai abbastanza comodo da dormire più di mezz’ora.

ⓢ Tornando ai tuoi libri: parlano degli argomenti più disparati, dalla biogeografia delle isole all’epidemiologia. Sono curiosa: cosa deve avere una storia per attirare la tua attenzione?

Mi piacciono le storie che a prima vista sembrano oscure, strane, marginali ma che, una volta approfondite, ti portano a toccare argomenti molto più ampi e importanti, che una volta esplorati e spiegati diventano interessanti anche per il grande pubblico. Un esempio è il tumore facciale contagioso del diavolo della Tasmania. Generalmente il cancro non è trasmissibile, e in un articolo per Harper’s mi sono servito di questa storia per parlare della biologia evolutiva del cancro in generale.

ⓢ Come trovi le storie che ti interessano?

È molto, molto difficile generalizzare. Direi che la maggioranza delle volte sono le storie a trovare me – e lo fanno nei modi più svariati. Durante una conversazione casuale con uno scienziato? Certo. In un piccolo articolo del mio giornale locale? Sicuro. In un vecchio saggio scientifico che mi capita tra le mani mentre sto cercando tutt’altro? Assolutamente. Quando sono a caccia di storie interessanti, non vado quasi mai a colpo sicuro. L’importante è essere sempre curiosi e ricettivi – così quando le storie mi passano accanto, sono sicuro di accorgermene.
































ⓢ Per esempio da dove nasce l’idea per Spillover?
Lo spunto è nato nel 1999, o 2000 non ricordo, mentre stavo lavorando a un pezzo per il National Geographic su un progetto chiamato Megatrasect, una sorta di “mappatura biologica” delle aree più incontaminate delle foreste centroafricane. Uno delle regole tassative di Mike Fay, il biologo a capo di questa camminata di 300 mila chilometri, era procedere lungo aree il più possibile risparmiate dalla presenza umana – giusto per rendere il tutto più agevole – e io dovevo, a intervalli di qualche settimana e in concomitanza con il suo bisogno di provviste, incontrarlo in giro per foreste, fiumi e paludi. Una sera, a cena, mi sono messo a chiacchierare con due membri della spedizione e ho scoperto che erano originari di Mayibout 2 [il focolaio di un’epidemia di Ebola nel 1996]. Quando l’Ebola ha colpito il loro villaggio erano lì, e raccontandomi di quei giorni terribili, hanno accennato a un fatto che ha attirato la mia attenzione. Mentre l’Ebola imperversava su Mayibout 2, i due uomini avevano notato qualcosa di strano nella giungla circostante: una catasta di 13 gorilla, morti – e i gorilla sono molto suscettibili all’Ebola. Questa storia, oltre a rafforzare il mio interesse per le zoonosi, è rimasta con me per molto tempo e ha dato il titolo al capitolo di Spillover dedicato all’Ebola.
ⓢ Quando hai deciso di scrivere il libro vero e proprio?Succede molto spesso che lo spunto per un libro nasca proprio da un articolo per una rivista, che poi approfondisco e amplio. In questo caso mi occupavo da un po’ delle malattie infettive emergenti così, quando nel 2006 il National Geographic mi ha chiesto se mi interessava scriverci un pezzo, ho risposto: «Ma certo! Mi interesserebbe molto!». Mi hanno mandato in Congo, e poi in Cambogia e in Australia per l’Hendra e, insomma, alla fine mi sono trovato con una tale quantità di materiale sull’argomento che scrivere il proposal da passare al mio agente è stato facilissimo.
ⓢ Lavori spesso sul campo con gli scienziati? È difficile conquistare la loro fiducia?

Seguire gli scienziati sul campo è una delle cose che preferisco. Ritrovarsi in posti fuori dal mondo, foreste, paludi, catene montuose – a volte anche metropoli, condividere le circostanze più dure e i momenti di frustrazione, disagio, a volte anche di pericolo, ti aiuta a capire non solo il loro lato professionale ma anche – e soprattutto – quello umano. Odio intervistarli al telefono, lo faccio solo se non c’è alternativa. Preferisco incontrarli, viaggiare con loro, e cercare di capire come vedono il mondo.

Seguire gli scienziati sul campo è una delle cose che preferisco. Ritrovarsi in posti fuori dal mondo, foreste, paludi, catene montuose, condividere le circostanze più dure e i momenti di frustrazione ti aiuta a capire non solo il loro lato professionale ma anche quello umano
ⓢ Quanto è importante, a fini narrativi, raccontare il lato “umano” della scienza?

Lo dico sempre: le persone vogliono leggere storie che parlano di altre persone. Sembra ovvio, ma scrivendo di scienza non lo è poi tanto: per rendere vive idee e scoperte scientifiche è importantissimo raccontare le persone che ci stanno dietro. È essenziale per coinvolgere il lettore. Se scrivi un libro sui virus mortali, i virus purtroppo non lo leggeranno. Scrivo per lettori umani, che vogliono protagonisti umani, sfide che li riguardano, insomma: storie.

ⓢ Negli Stati Uniti, ma anche in Italia, si sta diffondendo un atteggiamento di diffidenza nei confronti della scienza. Da un sondaggio recente un terzo degli americani non crede nell’evoluzionismo, le persone che si oppongono ai vaccini su basi pseudo-scientifiche continuano a crescere. Pensi che uno science writer, come tramite tra comunità scientifica e grande pubblico, possa fare qualcosa per migliorare la situazione?

Con il mio lavoro vorrei cambiare il modo in cui le persone pensano e si rapportano al mondo – in particolare al cosiddetto “mondo naturale”. Per farlo, è necessario trasformare informazioni scientifiche importantissime in storie, senza creare allarmismi né comprometterne l’accuratezza scientifica. Se esageri o se sei approssimativo, i lettori sono incoraggiati a sospettare che giornalisti e scrittori scientifici non siano affidabili, e a comportarsi di conseguenza: le storie influenzano la gente. Anche un libro come Spillover, che parla di virus mortali, non vuole spaventare il lettore, ma informarlo e responsabilizzarlo, mettendolo nella condizione di prendere decisioni più consapevoli sia come genitore che come cittadino. È implicito in tutto il mio lavoro: se riesco a capire queste cose io che non sono uno scienziato, le può capire chiunque. Non bisogna avere paura della scienza, o dei virus, perlomeno non di tutti i virus.

ⓢ Un tema comune nei tuoi lavori è l’impatto – devastante – dell’uomo sull’ambiente.

Penso che l’attenzione alla biodiversità e la volontà di lasciare zone intatte, selvagge, sia qualcosa di molto importante non solo per ragioni ecologiche, ma anche per motivi psicologici e, oserei dire, spirituali. Il messaggio di Darwin va riaffermato costantemente: gli esseri umani sono connessi con tutti gli altri esseri viventi e non sono né superiori né separati dal mondo naturale. Sembra ovvio, ma è necessario far sì che le persone si preoccupino davvero – e con cognizione di causa – del mondo di cui fanno parte. È l’unico modo di impedire che lo distruggano.

ⓢ In Spillover c’è un episodio interessante che parla di un’invasione improvvisa – e apparentemente inarrestabile – di bruchi mangia-foglie nella cittadina del Montana dove abiti. Dura un’estate: poi, così come sono apparsi, i bruchi sembrano scomparire nel nulla. Nel libro spieghi che è un evento che in ecologia si chiama outbreak, o esplosione: un forte e improvviso aumento della popolazione di una data specie, seguito da un altrettanto rapido collasso. E citi un entomologo: «La più seria esplosione verificatesi sul pianeta Terra è quella della specie Homo sapiens». Siamo un outbreak?
Ovviamente ci sono enormi differenze tra l’uomo e i bruchi Malacosoma di cui parlo. Per esempio il fatto che la nostra esplosione sta accadendo in slow motion. Ci abbiamo messo centinaia di migliaia di anni per arrivare a 7 miliardi di individui, ma l’aumento è stato non solo esponenziale: continua ad accelerare. Non c’è mai stato, per creature di una certa dimensione, un precedente simile su questo pianeta: non ci sono mai stati 7 miliardi di dinosauri, o di gorilla, o di caribù, non c’è mai stata una densità di popolazione paragonabile a quella dell’Homo sapiens. Ma per ora quella del nostro outbreak è solo un’ipotesi suggestiva: manca l’evento che la provi definitivamente.
ⓢ Cioè?
Dobbiamo collassare.


2020 14 FEBBRAIO Dagli animali agli esseri umani: il nuovo coronavirus e gli altri salti di specieStoria e bestiario delle zoonosi passate e future

Giancarlo Cinini è nato a Brescia nel 1991. Si è occupato di linguistica e ha scritto per La balena bianca, Scienza in rete, Deckard e altre riviste online, collabora con Galileo, Giornale di scienza e problemi globali.

Con un po’ di immaginazione la sua forma può sembrare quella di un soffione. Il nuovo coronavirus, 2019-nCoV, all’occhio del microscopio elettronico è sferico e coronato su tutta la superficie di spicole, sorta di protuberanze. Ne hanno ricostruito un’immagine i ricercatori dello statunitense Centers for Disease Control and Preventing, ad Atlanta. Il virus, che è causa della sindrome appena battezzata dall’Organizzazione mondiale della sanità COVID-19 e che dalla città di Wuhan in poi ha già fatto – nel momento in cui scrivo – più di mille e trecento morti, non è l’unico ad avere questa forma, né il primo tra i coronavirus a infettare l’uomo.
Di coronavirus ne esistono di diversi, tutti appartenenti alla famiglia Coronaviridae. Sono virus a RNA, cioè codificano e trasmettono le informazioni genetiche utilizzando l’acido ribonucleico (RNA) – e non il DNA – costituito per lo più da un singolo filamento ripiegato – e non da doppia catena come il DNA. Ogni virus, per potersi replicare, attacca le cellule dell’organismo ospite, ne penetra la membrana e ne altera le funzioni, sfruttandole per replicare il proprio codice genetico. I coronavirus lo fanno attraverso quelle protuberanze sulla superficie, i peplomeri, che si attaccano alla cellula.
Un banale raffreddore può essere causato dal cosiddetto Human CoronaVirus-229E o da HCov-OC43, per esempio. Ma anche le sindromi SARS e MERS, di certo più temibili e che hanno colpito l’uomo di recente – la prima tra il 2002 e il 2003, la seconda dieci anni dopo – sono opera di altri coronavirus ancora e, come la COVID-19, erano sindromi a noi sconosciute prima dei primi focolai. Da dove sono arrivate? Come molte altre malattie, anzi come la maggior parte, arrivano da altre specie animali.
La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto.
Zoonosi è il nome che diamo alle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto. L’evento del cosiddetto “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus “trabocca” e infetta la nuova specie. Di storie di questo tipo si è occupato David Quammen, scrittore di viaggi e di scienza, nel suo Spillover (Adelphi, 2014). Quammen scrive un lungo reportage avventuroso, risale il corso di fiumi, segue le tracce di possibili animali portatori e si fa largo nella giungla per venire a capo dell’enigma dello spillover, del salto fatidico. 
Come ricorda Quammen, di zoonosi ne esistono molte, la più nota forse è l’AIDS. Spesso, racconta, i virus zoonotici prima di interessarsi di noi, convivono indisturbati e magari da millenni con una o più specie serbatoio.
Si sono probabilmente adattati a vivere una vita tranquilla all’interno della (o delle) specie serbatoio, dove si replicano senza problemi ma non eccessivamente, e causano poco danno. Quando ‘tracimano’ negli esseri umani sono esposti a un nuovo ambiente e a nuove circostanze, il che spesso li porta a diventare mortalmente devastanti. E un uomo può infettarne un altro, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.
È più o meno così che dev’essere cominciata anche la storia di 2019-nCoV, nell’ormai noto mercato di Wuhan. Ma è una storia che riguarda anche Ebola, l’Hendra virus, il virus del Nilo occidentale. Ed è una storia che ci riguarda sempre di più: negli ultimi 30 anni, infatti, la frequenza di queste nuove zoonosi, emergenti, è aumentata. Tra le cause ci sono anche lo stravolgimento diretto operato dall’uomo sugli ambienti e la crisi climatica.
Il mercato è affollato
2019-nCoV e gli altri coronavirus sono capaci di adattarsi velocemente a nuove specie. Essendo virus a RNA, un meccanismo di trasmissione del codice genetico più semplice del DNA, mutano molto più in fretta: da un lato questo aumenta gli errori di codice e la possibilità di fallire ma dall’altro aumenta la velocità con la quale il virus è in grado di evolversi, di trovare nuove strade e, casualmente, di diventare capace di infettare una nuova specie. In un mercato come quello di Wuhan, che a oggi si ritiene il luogo dell’avvenuto salto di specie, si trovano una gran quantità di uomini, animali vivi e animali morti, in una promiscuità tra specie diverse che crea una situazione favorevole allo spillover. 

Anche nel 2002, l’epidemia di SARS è molto probabilmente nata proprio in un mercato, quella volta in un’altra provincia cinese, Guandong. Inizialmente si sospettava che il contagio umano fosse avvenuto attraverso un animale selvatico di media taglia, lo zibetto. La carne di zibetto è infatti apprezzata in Cina e perciò venduta al mercato; in effetti i test effettuati su alcuni zibetti avevano dimostrato la presenza del materiale genetico del virus. Le autorità avevano così comandato l’uccisione preventiva di diecimila zibetti, ma solo con ricerche più approfondite si era capito che anche lo zibetto non era ospite usuale e permanente del virus. L’animale malcapitato aveva infatti fatto da ospite intermedio: in questa specie il virus si era replicato, per così dire, fino ad avere le caratteristiche adatte a infettare l’uomo. Una sorta di incubatore, o meglio di amplificatore come lo ha definito lo stesso David Quammen in un’intervista a Npr. Il virus doveva dunque aver incontrato gli zibetti, nel mercato, tramite un altro animale, forse il pipistrello.



































E nel caso di questo nuovo coronavirus? Una ricerca cinese della South Agricultural University di Guangzhou ha guardato ai pangolini, anch’essi venduti al mercato di Wuhan, come ospite amplificatore. Ci si è chiesti anche se l’infezione possa essere avvenuta tramite la carne di serpente, ma al momento l’ipotesi più accreditata è che l’ospite serbatoio di questo nuova coronavirus sia il pipistrello Rhinolophus sinicus, o pipistrello ferro di cavallo cinese, per una certa familiarità di questi pipistrelli con i coronavirus. Secondo l’Oms, più di 500 tipi di coronavirus sono stati rinvenuti nei pipistrelli cinesi.
Zoonosi mandate dall’alto
La zoonosi non è un fenomeno nuovo. C’è un passo del libro di Samuele nell’Antico Testamento (Samuele 24,15-16), dove si racconta che Dio scatena su Israele una celebre zoonosi, la peste: 

Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distruggerla, il Signore si pentì di quel male.
Anche la peste è una zoonosi, sebbene causata da un batterio, il bacillo Yersinia pestis. Ha per suo ospite serbatoio diverse specie di roditori e per vettore la pulce dei ratti. Ma delle zoonosi più recenti, e che ci riguardano più da vicino, è spesso il pipistrello a essere considerato il probabile ospite serbatoio.
Un esempio è quello dell’Hendra virus. In Australia, nel settembre del 1994 in un quartiere di Brisbane, Hendra, morirono 13 cavalli e il loro istruttore, Victory Rail, per causa di un nuovo virus zoonotico. Quanto aveva portato Rail e i cavalli alla morte sembrava simile a ciò che era accaduto solo un mese prima, 1000 km a nord di Brisbane: due cavalli erano morti assieme al loro proprietario. Da quell’estate, i casi di infezioni di cavalli e uomini si sono susseguiti. Nel caso di Hendra, è il cavallo a fare da ospite amplificatore per il virus, prima che questo colpisca l’uomo. Ma i cavalli si erano infettati entrando a contatto con le feci di un grande pipistrello, la volpe volante, con cui Hendra convive da tempo senza far danni. 
Anche nel caso della MERS, la sindrome che ha colpito alcune aree del Medio Oriente (con picchi nel 2014 e nel 2015, circa 860 morti fino a oggi e ancora centinaia di casi l’anno in Arabia Saudita), tra i possibili ospiti serbatoio figura ancora un pipistrello, e la stessa ipotesi vale per l’origine di Ebola, che dall’agosto 2018 colpisce la regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, facendo finora più di duemila morti.
Ma perché i pipistrelli dunque? Prima di tutto sono il gruppo di mammiferi più numeroso dopo i roditori: con il termine pipistrelli si contano più di 1300 specie, alcune largamente diffuse in tutto il mondo. La ragione per cui potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo. Secondo una ricerca pubblicata su Cell Host and Microbe, la risposta immunitaria di un pipistrello sarebbe in sostanza capace di vincere un virus senza subire alcuna infiammazione e perciò senza perdere le forze necessarie a volare. Il noto ecologo ed esperto di pipistrelli, Merlin Tuttle, ha però contestato che la correlazione tra pipistrelli e alcune zoonosi possa dirsi certa, esprimendo dubbi sul loro ruolo nella diffusione, per esempio, di Ebola, e mettendo in guardia da accuse facili che possano scatenare panico e generare effetti pesanti sugli ecosistemi.
La ragione per cui i pipistrelli potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo.
Inoltre la convivenza dei pipistrelli coi virus e la loro diffusione per tutto il mondo non basta a spiegare perché il numero di nuove zoonosi o di zoonosi riemergenti sia cresciuto. Come scrive Quammen ancora in Spillover, su 1407 specie note di patogeni umani, il 58% sono di origine animale. Di queste “solo 177 sul totale si possono considerare emergenti o riemergenti, e tre quarti dei patogeni emergenti provengono dagli animali. In parole povere: ogni nuova e strana malattia, con grande probabilità, arriva dagli animali”. 
Alessandro Magno e le zanzare
Nell’estate del 2018, un donatore di sangue che avesse dormito anche solo una notte nelle province di Torino, Novara, Pavia, Parma, Vercelli, Cremona, Brescia, Udine era escluso dalla donazione per 28 giorni. Il sangue dei donatori di quelle province veniva invece sottoposto a un test particolare. Si cercava così di scongiurare la diffusione del virus del Nilo occidentale, un virus che normalmente abita tra zanzare e uccelli ma può colpire anche l’uomo. La febbre di cui è causa è una zoonosi il cui serbatoio principale è rappresentato dalle zanzare, in particolare del genere Culex. 

L’incontro tra il virus del Nilo occidentale e l’uomo non è di questo secolo. Addirittura c’è un’ipotesi, pubblicata su Emerging infectous diseases, di alcuni ricercatori della Colorado State University che a partire dalle note dello storico Plutarco sostiene che Alessandro Magno sia morto improvvisamente per colpa di questo virus. Fu identificato già nel 1937 in Uganda e tuttavia in Italia solo negli ultimi quindici anni si sono moltiplicati i contagi umani, causando 4 morti.
In Italia si è parlato anche di chikungunya, un’altra malattia di origine virale e di cui sono serbatoi alcune scimmie non antropomorfe e vettori le zanzare. Riconosciuta nel 1955, la malattia è endemica in Africa e Asia, ma soltanto nel 2007 è scoppiata la prima epidemia di chikungunya sul suolo europeo: in Romagna, grazie alle zanzara tigre ha infettato 250 persone.






















Tra le ragioni di diffusione di queste due zoonosi non di casa in Italia c’è la crisi climatica. Come racconta la ricerca “Emerging zoonotic viral disease”, le temperature più elevate favoriscono il ciclo vitale delle zanzare, dall’attività alla riproduzione fino alla velocità di digestione del sangue e dunque alla rapidità nel pungere di nuovo. Ma non sono l’unico esempio: il riscaldamento globale permette alle zecche che portano la malattia di Lyme, altra zoonosi, di sopravvivere a altitudini e latitudini più elevate. Non solo, aggiunge l’Oms: esiste una correlazione tra eventi estremi come piogge particolarmente intense e la diffusione dell’hantavirus, causa di una zoonosi che fu studiata per la prima volta in Corea del Sud, nell’area del fiume Hantan.
Inoltre, si legge su Nature, se negli ultimi 30 anni il 70 % delle nuove malattie è di origine zoonotica, accanto al riscaldamento globale il colpevole è il mutamento degli ambienti generato dall’uomo. La deforestazione e l’urbanizzazione, per esempio, riduce lo spazio delle specie selvatiche – magari serbatoio di un virus, come nel caso della leishmaniosi – e ne aumenta le possibilità di contatto con l’uomo. Più in generale è il turbamento di habitat ed equilibri a costituire un rischio: persino la riforestazione, per esempio, ha favorito nel Nord Est degli Stati Uniti la possibilità di contagio della borreliosi di Lyme, per la maggior diffusione di cervi e roditori che ne sono ospite amplificatore.
Ecologia della salute
Torniamo all’inizio. Nel caso del nuovo coronavirus, il primo problema è costituito dall’accatastarsi di specie animali dentro al mercato, con pangolini, galline, serpenti, zibetti e altri animali, vivi dentro le gabbie, in condizioni di igiene scarsa. Dopo l’epidemia di SARS, che era nata in un mercato del genere ma circa 1000 km a sud, questi luoghi avevano continuato la loro attività, solo con qualche restrizione in più alla vendita. Oggi, avendo con ogni probabilità fornito di nuovo la possibilità ad ancora un altro virus di incontrare il suo ospite amplificatore, sono tornati sotto i riflettori e una loro regolamentazione sembra inevitabile.



Bisogna affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.
Tuttavia, come abbiamo visto, questi luoghi chiusi sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema più ampio. Si è detto della deforestazione e dell’urbanizzazione, di sfruttamento e alterazione degli habitat naturali e delle conseguenze della crisi climatica sulla capacità di propagazione di alcuni virus – ma all’elenco dei virus potremmo aggiungere anche quelli che hanno trovato terreno di facile propagazione tra gli animali da allevamento intensivo: per esempio, i virus di influenza suina e aviaria. Per tutte queste ragioni (aggiungiamo anche che le società, almeno quelle più ricche, spostano ormai a grande velocità sul globo individui e merci che possono portare ospiti indesiderati) le occasioni che un virus può cogliere per saltarci addosso aumentano. Allora anche il problema delle nuove zoonosi diventa una questione di sapienza ecologica. Si tratta di ripensare un’altra volta ancora la nostra relazione con l’ambiente e con le altre popolazioni animali. Badare non soltanto alla nostra, ma anche alla salute loro e degli ecosistemi in cui conviviamo.
L’approccio sanitario basato su considerazioni di questo tipo ha preso da qualche anno il nome di One HealthCome scrive l’Oms, si tratta di affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme per esempio epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio. Ma una strategia del genere, in attesa del prossimo virus, è una strategia politica. Come ricorda lo stesso David Quammen:
Abbiamo bisogno di più investimenti pubblici, di più istruzione pubblica, di finanziare adeguatamente istituti come lo statunitense Centres for Disease Control and Preventing, e organizzazioni equivalenti sparse per il mondo. Dobbiamo formare scienziati che diventeranno cacciatori di virus, che vadano in quelle grotte, in quelle foreste, facendo il lavoro sporco e che poi tornino nei laboratori a fare il lavoro d’indagine, per aiutarci a identificare questi virus. E abbiamo bisogno che le istituzioni sanitarie pubbliche siano pronte, con risorse e informazioni per affrontare le epidemie.
https://www.iltascabile.com/scienze/spillover-coronavirus/

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